The Strokes – Comedown Machine

Scheda
Rispetto al genere
5.0


Rispetto alla carriera
5.5


Hype
4.0


Voto
4.8

4.8/ 10

di Lorenzo Modica

«Il nome che ci siamo scelti può essere inteso sia come carezza sia come pugno. Perciò riflette perfettamente l’impatto della nostra musica: a volte duri e aggressivi, a volte delicati e melodici». E’ tutt’ora in voga la frase pronunciata da Julian Casablancas, frontman degli Strokes, nell’ormai lontano 2001, durante la presentazione del primo album Is this it, che li ha lanciati nel mondo universale della musica. Con Comedown Machine Casablancas e band non hanno esattamente tirato fuori dal cilindro la colomba bianca che tutti si aspettavano dopo il controverso Angles, che per tanti ha rappresentato una svolta in positivo e per altri un bel passo indietro. Gli Strokes si ritrovano esattamente nello stesso punto, ossia in quel tremendo luogo di confine in cui i fans dovranno decidere da che parte stare. Magari, gli stessi fans che già avevano storto il naso ascoltando i brani dell’ album precedente. I cambiamenti radicali della band di New York sono stati diversi: per prima l’idea passare dagli anni 2000 agli ’80, e di conseguenza sollevare la chitarra dal ruolo di attore protagonista fino alla parte dell’antagonista, che prova a riprendersi il suo posto rubato dai synth. Un’idea che non era affatto semplice da mettere in pratica. Eppure il lavoro – rispetto ad Angles – sembra decisamente migliorato, vi è più compattezza e armonia di suoni; per arrivare a tale risultato, ha aiutato anche il fatto che hanno registrato tutti in un unico studio d’incisione, non ripetendo l’esperienza dell’ultimo album, dove la voce di Casablancas fu registrata altrove contro la volontà dichiarata del resto della band.
L’intro del disco, Tap Out, svolge decisamente la funzione di proemio, e racconta cosa troveremo all’interno della sua opera: suoni e ritmi da disco music, voce sottile quasi da donna che fa ballare la gente sotto la classica palla stroboscopica. All the time, il secondo brano e singolo che ha anticipato il nuovo lavoro dei newyorkesi, si mostra proponendo un illusorio cambiamento di rotta: sobrio rock all’inglese ed un ritornello canticchiabile, nel quale però riconosciamo solo i lontani parenti degli Strokes del 2001 (quelli che prendevano in mano una chitarra per suonarla come si deve e non solo per muoverla). Riconoscibili e lodevoli anche le tempistiche del brano 2:32, dove il filo narrativo è ridotto all’osso e la band inglese suona diligentemente il necessario. Nell’album, su questa scia minimalista, troviamo anche 50/50 e Partner Crime. Subito dopo arriva il pezzo di punta del disco, One way trigger, dove synth e chitarre si miscelano insieme alla linea di drum machine, rieuscendo a ricreare un buon brano da ascoltare con un ritmo ben scandito.
Da qui in poi l’album prenderà la linea dura scelta con il primo brano; sicuramente un’idea che Casablancas e compagni avevano in testa dal singolo Machu Picchu dello scorso disco. La decisione è sicuramente quella della disco music, periodo rigorosamente in vigore negli anni ’80 come fa ben intendere Welcome to Japon, ma in cui sorgono e s’inseriscono anche altri suoni a quelli 80s come alcuni minimal vedi nel brano Happy ending o il brano Chances. Singolare l’ultimo brano, Call it fate Call it Karma, un dolce swing eseguito in modalità chillwave.
Un lavoro di scissione, con cui gli Strokes hanno sciolto le riserve e probabilmente calato quasi tutte le loro carte sul tavolo: con l’amara consapevolezza, però, di non aver mostrato troppi assi.

(27/03/2013)

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Lorenzo Modica
Lorenzo Modica

Redattore. Scrive sul webzine OUTsiders dal 2011, frequenta la facoltà di Lingue e Letterature Straniere presso l'Università di Studi di Torino. Appassionato di rock, indie rock, e sottogeneri. Contatti: owomoyela90@gmail.com