The Roots – undun

Scheda
Rispetto al genere
8.5


Rispetto alla carriera
9.0


Hype
9.0


Voto
8.8

8.8/ 10

di Lorenzo Li Veli

Riuscire ad avere una carriera ventennale, condita da dieci album ufficiali (se si esclude quello con John Legend) e centinaia di collaborazioni, rimanendo costantemente al top, non è impresa facile. I The Roots, invece, possono e fanno sembrare questo sforzo una semplice formalità. Non bisogna stupirsi, infatti, se l’ultima fatica del gruppo di Philadelphia, dal titolo undun, sia una dei migliori della loro storia. undun è pura poesia ed è un esperimento mai visto prima. Il disco racconta in prima persona la storia di Redford Stephens (1974-1999), personaggio immaginario, il cui nome si ispira a una canzone di Sufjan Stevens. Fin qui nulla di speciale: di concept album del genere se ne sono già visti tanti (basti pensare ad American Gangster di Jay-Z). Ecco che, in questa precisa occasione, la mente geniale dei The Roots partorisce la vera idea innovativa: raccontare la storia di Stephens post-mortem e a ritroso, partendo quindi dalla fine (“There I go, from a man to a memory / Damn, I wonder if my fam will remember me”).


undun è un album introspettivo, in cui lo spirito di Stephens si pone alcune fatidiche domande: quanto, nella vita, può essere deciso dal proprio volere e quanto dal fato? Indiscutibilmente, dice il protagonista, l’esistenza di una persona è segnata dalle condizioni in cui questa nasce. Redford passa in rassegna tutti i suoi errori, i suoi sbagli, senza dare spazio a quella glorificazione che tanto piace ai suoi colleghi gangster e rapper. Anzi: il rammarico e il rimorso sono elementi che caratterizzano la personalità di Redford. Il protagonista, dunque, cerca di dare un senso alla sua vita passata, tramite un lungo dialogo interiore, in cui cerca di capire quale sia il legame tra autodeterminazione e caso. Ovviamente, non è possibile avere tutte le risposte, così il personaggio fittizio si ritrova disorientato, quasi spaventato, certamente disperato. L’album ha anche un secondo intento: ragionare sull’odierna condizione degli Stati Uniti, dove la forbice tra povertà e ricchezza è aumentata a dismisura, stritolando molte persone come Redford, costretti a vivere di espedienti non sempre legali.

Curatissimo nei suoni, l’album sembra una gara tra il batterista ?uestlove e il pianista D.D. Jackson, figure fondamentali nella realizzazione del disco. Vera protagonista di undun è la musica: batterie pestate in Sleep, influenza gospel/soul in Make my, boom bap classico in One time, persino un pizzico di funk in Kool on, una canzone in fila all’altra, vero piacere per le orecchie. Cinque delle quattordici tracce non vedono la presenza di parlato: oltre all’intro, infatti, ci sono quattro strumentali a chiudere l’album, scelta azzeccata, ma un po’ noiosa (finalmente un difetto all’album). Nelle restanti canzone, Black Thought, rapper della band, la fa da padrone, dando voce allo spirito di Redford con magistrali incastri e rime. Ciascuno degli ospiti, Dice Raw, Greg Porn e Big K.R.I.T., è fondamentale per la riuscita del progetto: tutti, infatti, cercano di dare il proprio contributo al ritratto del protagonista, cercando di rivedersi in lui.

 Undun è sicuramente uno dei migliori lavori nella storia dei The Roots, degna continuazione di How I Got Over, uscito solo un anno e mezzo fa. Sicuramente un disco succulento, in buona compagnia in questo ricco 2011. I The Roots, inoltre, si confermano come il gruppo più affidabile in tutta la scena rap, riconoscimento, certamente, non da poco.

(22/12/2011)

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Lorenzo Li Veli
Lorenzo Li Veli

Caporedattore e gestore della sezione black music. Studente della magistrale di Ingegneria Energetica @ Politecnico di Torino

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