The National – Trouble Will Find Me

Scheda
Rispetto al genere
9.0


Rispetto alla carriera
9.0


Hype
9.0


Voto
9.0

9/ 10

di Giacomo Dalla Valentina

 The National

Lo dico subito: se siete finiti qua cercando una tradizionale recensione sul nuovo album dei National, è meglio che vi facciate guidare dai vostri mouse e touch-screen verso portali più noti con autori più accreditati e saccenti che vi riempiano di citazioni, riferimenti, dati biografici e valutazioni incrociate.
Chiarito questo, e messa in chiaro l’evidente realtà che Trouble Will Find Me è un album della madonna e che se siete appassionati in qualche misura del rock più o meno alternativo è il caso che corriate nel negozio di dischi più vicino a voi per procurarvelo e affondare le vostre orecchie nella sua musica, un liquame scuro come il petrolio ma delizioso come la melassa; chiarito questo, e sottintesa la profonda soggezione verso la band newyorchese che sottrae all’autore di questo articolo qualsiasi pretesa di imparzialità, cosa che potreste invece trovare in ottime recensioni su Pitchfork, Rolling Stone e altre riviste specializzate; bene, messo in chiaro questo, mi è quasi istintiva un’esigenza di divagazione, la necessità di parlare d’altro, di raccontare questo album non analizzandolo pedissequamente ma piuttosto affiancandogli un fiume di parole che nella sua inequivocabile inorganicità dovrebbe evocarne in qualche modo la vera natura.
C’è poi un’altra questione cui sento di dover dare sfogo: fanculo ai nostalgici. Fanculo a quelli che, inevitabilmente: “Sì, è un bell’album, niente a che vedere con gli esordi, però. Nulla a che vedere con Boxer e Alligator“. Se c’è una band di cui si può parlare di maturazione reale, di crescita, quelli sono i National. Già l’uscita di High Violet, nel 2010, fu per me un’epifania joyciana, un mare che si schiudeva e mostrava un fondale di coralli di uno splendore che mai mi sarei aspettato: e la calda voce di Matt Berninger, capace di essere crudele e gentile come solo quella di un padre, era il pastore che guidava verso questa visione. Duri ma delicati, malinconici ma rabbiosi, classici ma anche trasgressivi fino ad essere sordidi, i National sono un ossimoro vivente. Ma si sa, non c’è niente come la dissonanza e la contraddizione, quale che sia l’arte in cui esse siano palesi, per catturare l’attenzione e, una volta ottenuta, stringere a sé lo sventurato ascoltatore per spingerlo verso i più neri anfratti della comprensione artistica. Un percorso pericoloso, ma indubbiamente appagante: così è la contemplazione di un’opera d’arte, e così è l’ascolto di Trouble Will Find Me, la sua integrale lettura, dai primi accordi di I Should Live in Salt -tra i quali la voce di Berninger si insinua pigra e languida- fino, quasi un’ora dopo, allo stanco finale di Hard To Find.

The National 3

Ripercorrere tutta l’esperienza dell’ascolto di Trouble Will Find Me è, per me, impossibile: la memoria ha il discutibile pregio di cancellare le aree grigie e di etichettare ogni canzone in base a qualche fugace e riduttiva considerazione, quando in realtà il tesoro che rende questo album un vero capolavoro si nasconde tra le sue pieghe, nei momenti in cui questo rivela se stesso come una creatura mobile e indecifrabile. Non nelle capacità tecnico-esecutive dei musicisti, non nell’ormai riconosciuto talento vocale del frontman, non nella “confezione” dell’album (che pure è eccellente, curata in ogni dettaglio): il puro talento si nota nei cambi di tono, nelle variazioni che si succedono impercettibilmente nell’ascolto di Trouble Will Find Me e che gli danno la capacità di calamitare inevitabilmente l’ascoltatore. Un po’ come la scena di Alta Fedeltà in cui John Cusack fa partire Dry The Rain dei Beta Band e chiunque lì intorno non riesce a non ascoltarla, dimenticando per un istante il mondo reale intorno a sé.
Quando gli accordi in chiusura di I Should Live in Salt ti danno la buonanotte, quando in Demons (la più “ortodossa” dell’album) Berninger chiede con composta disperazione “Can I stay here?“, quando in Don’t Swallow the Cap cori che sembrano sospiri allentano le più nascoste corde della nostra anima, quando la voce del cantante sale improvvisamente di un’ottava in Heavenfaced: istanti in cui accade quel raro prodigio che consiste nell’avere l’impressione di aver ascoltato una canzone da sempre, ma nonostante questo percepire l’esigenza di continuare, mai sazi, nel suo ascolto.
E ascoltare, anzi assorbire, la musica di un album non ha mai avuto più significato, ed è un processo che riesce dolce e facile come il vivere medesimo.

The National 2

Sono gli istanti a fare quest’album. E i National sono i maestri dell’istante, i guru dell’emozione momentanea. Con una presenza quasi scenica, Trouble Will Find Me riesce infatti a rapire l’attenzione con una capacità diabolica, e lo spettacolo che ne esce fuori richiama alla mia memoria un’immagine, l’ultima con la quale tedierò i pochi lettori che sono arrivati fin quaggiù.
È il 15 aprile del 1912 e il Titanic sta affondando. Il colossale Titanic, duecentosettanta metri di ferrea metafora dell’epoca contemporanea, sta colando a picco nel buio e impassibile oceano. Nella disperazione generale, in uno spettacolo che dev’essere stato uno dei più folli e fantastici della storia umana, gli otto musicisti dell’orchestra di bordo continuano a suonare, alternando brani ragtime a inni religiosi. Impassibili, consapevoli della loro imminente fine, con malinconica e profetica forza, continuano a suonare finchè l’acqua non li accoglie nel suo gelido abbraccio.
E la musica dei National è così, un inno per la fine del mondo, da suonare sull’obliqua e bagnata superficie di una nave che sta affondando.

(21/05/2013)

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Giacomo Dalla Valentina
Giacomo Dalla Valentina

Piemontese di nascita, milanese d'adozione, studio giurisprudenza @ Statale di Milano. Appassionato lettore e collaboratore di OUTsiders.