The Men – Open Your Heart

Scheda
Rispetto al genere
6.0


Rispetto alla carriera
7.0


Hype
7.0


Voto
6.7

6.7/ 10

di Salvo Ricceri

“We Are The Men”, titolava la loro prima issue del 2009, affermazione lungimirante, questa, veritiera perché favolosamente banale, esplicativa se riferita al nocciolo estremamente umano cementato dietro le note di cui mi accingo a parlare. Illustrare chi sono (e soprattutto chi saranno) questi pittoreschi nordamericani è una mansione che lascio a chi legge, rappresentando essi uno dei rari casi in cui la musica si regge benissimo in piedi senza alcuna commistione biografica (e non è poco oramai, datemi retta). Dopo lavori autoprodotti, club colmi di gente e firme contrattuali, i The Men firmano con la label newyorkese Sacred Bones (il primo album ad essere rilasciato sotto questa etichetta è stato Leave Home, del 2011) con la quale hanno pubblicano Open Your Heart nei primi mesi del 2012. Esprimere cosa contenga questo disco mi riesce meglio, per forza di cose, attraverso una rappresentazione immaginifica: fate scorrere il disco, stesi a letto, ad apparirvi sono una donna ed un barbone ubriaco che insieme sventolano stralichi di organza policromata, li incrociano appena i fari delle auto che sporadicamente passano di fianco nel silenzio dell’autostrada al tramonto, di un intero deserto al tramonto, di un tramonto che fa da sfondo mentre entrambi si agitano e saltano e gemono di vita e violenza, di incondizionata ed appagante libertà. Molti potranno non avere limpido davanti agli occhi tutto questo, ma è ciò che mi suscita l’ascolto di questi pezzi che strisciano tra la gioiosa schiettezza dei Buzzcocks e la robuste pareti sonore di certe composizioni degli Arcade Fire. Con queste righe sparse in fretta potrei già fermarmi, è quel tanto che basta per capire, per apprezzare, per assuefarsi. Un disco che pianta bandiere ed innova tenendosi stretto tutto ciò che di più vintage può esserci in circolo, dai tre minuti secchi di eminente vocazione proto-punk ai testi slabbrati e circolari, ripetuti talvolta come una nenia urlante, dall’impatto frontale da palco alla loro studiata “iconografia” d’autore. Sonorità rauche e taglienti che hanno guidato il missaggio complessivo e che sembrano cavalcare fiere oltre le siepi della temporalità, in collegamento diretto con il trentennio scorso (date un occhio a pezzi come Animals o Please don’t go away, dove le chitarre sono rasoi elettrici e le percussioni martelli da carpentiere). Ma non basta, non basta ancora: vi è ascesi psichedelica, quella che puzza di buono anche se ad annusarla sono narici poco avvezze al genere, quella che ti si lega agli occhi per trascinarli in una implosione di danze attorno a fuochi estivi e peyote ed ululati in onore di Madre Luna ed insegne metropolitane come milioni di candele sempre vive (Country song, su tutte, da ascoltare tenendo il terzo occhio ben predisposto, in silenzio monacale). Mille ed altri motivi per abbandonarsi a questa nuova fatica dei The Men, certo, ma c’è sempre il fottuto lato oscuro della forza, talvolta ben celato proprio dietro i migliori elogi: ne avevamo davvero bisogno? Avevamo la necessità di un album strutturato in maniera tale da essere amabilmente simile (se non identico) a tanta altra roba precedente, magari in alcuni casi contrassegnata da un grado di autorevolezza che non ammette “reprise” o scopiazzature? Perché appare chiaro come l’unico apporto dato al vecchio e marcio garage-punk sia una sorta di “svecchiamento” che lo catapulta nella nuova era lasciandone invariati temi ed attitudini. E soprattutto, ragazzi miei, quanto può essere ancora in voga il concetto di ribellione inconsapevole ed interiore in una generazione di “fruitori” spesso o troppo acerbi o troppo saturi di sonorità e messaggi da non saperne discernere uno manco a pagarlo? Ed è un peccato. Un peccato enorme se si considera che queste tracce nonostante tutto ispirano una primigenia riconciliazione col caos universale, una ventata di assoluzione intima da ogni legame con l’essere soggetti civili e sociali, una spinta vitale e liberatoria, una esplosione cinetica come se ne vedono sempre meno spesso. Tracce che magari andranno sprecate, date via al vento. Un peccato perché molto probabilmente (a voler esser pessimisti) questa capacissima band verrà masticata, digerita e defecata dalla dinamica industria “sotterranea” ed indipendente (talvolta non meno spietata delle grandi corporations) ancor prima di poter raggiungere una maturità tale da garantire loro caducità, durata, futuro. Per ora possiamo goderne, cogliere i punti di continuità e di superamento degli stilemi passati, sperare che nei vasti deserti delle nostre interiorità possa giungere come un tempo, forte e chiaro, l’ululato della ribellione, del disordine, della vita. E tutto questo, solo allora, avrebbe un senso.

http://youtu.be/cpHN_V1sjUQ

(03/06/2012)

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Salvo Ricceri
Salvo Ricceri

Su OUTsiders, dal Febbraio 2012, scrive di indie-pendenze, provincialismi e menestrelli. Dirige la sezione Catania. Contatti: salvatorericceri@outsidersmusica.it