The Mary Onettes – Hit the Waves

Scheda
Rispetto al genere
6.0


Rispetto alla carriera
6.0


Hype
5.5


Voto
5.8

5.8/ 10

di Giorgio Albano

2013-02-20-themaryonettes_jpg_630x509_q85La band scandinava, tornata sulle scene dopo alcuni anni di assenza, ha avuto una carriera davvero particolare: in ben undici anni di “professionismo” sono giunti solo al loro terzo vero e proprio album. Inutile dire che, anche per questo leggero assenteismo dalle scene, questo lavoro era decisamente molto atteso. Un altro motivo che contribuiva a rendere impazienti fans ed esperti del settore era la decisione intrapresa dal gruppo di affidarsi per la prima volta nella loro lunga storia ad un vero produttore: Dan Lissvik,  già noto per aver collaborato con molte band nordiche tra cui The Embassy e i Youg Galaxy.  Partendo proprio da questo aspetto possiamo già anticipare che la decisione di affidarsi ad un produttore è riuscita a portare giovamento al sound del gruppo. I suoni risultano più puliti e chiari, senza perdere però quel tocco caratteristico degli ambienti scandinavi. Il disco si compone di dieci tracce, in cui spicca decisamente la prima parte. “Intro”, ma soprattutto “Hit the waves” e “Evil Coast” ( traccia scelta come singolo di lancio per l’intero lavoro) spiccano per suoni e sentimenti che vi vengono riversati; proseguendo nell’ascolto si va incontro a pezzi simili, ma con meno forza creativa che conducono l’ascoltatore, lentamente, fino alla fine del disco. Anche la forza evocativa, da sempre molto presente, risulta alla lunga un po’ sminuita, ripetitiva e meno capace di trasportarti nella Svezia più fredda e incontaminata.  Per il resto il loro sound non muta quasi per niente, rimanendo sempre ancorato ad un indie influenzato dall’elettronica “Made in Sweden”. Proprio per questo non ci sono particolari mutamenti da segnalare e il disco non risulta tanto diverso dai precedenti. Inutile dire che, vista l’attesa e il buon periodo che le band nord europee stanno vivendo, ci si aspettava qualche cosa in più.  Il lavoro non è male e tecnicamente non si può fare alcun appunto a Philip Ekström e compagni, ma il disco risulta ripetitivo e leggermente carente di quello che era da sempre stato il punto forte della band: l’anima.

 

(24/03/2013)

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Giorgio Albano
Giorgio Albano

Redattore.