The Jolly Boys – Great Expectation

Scheda
Rispetto al genere
8.0


Rispetto alla carriera
8.0


Hype
7.5


Voto
7.8

7.8/ 10

di Lorenzo Li Veli

L’avanzare dell’età, nella musica, è un’arma a doppio taglio. Outsiders stesso se ne è occupato nell’editoriale di agosto, giungendo alla conclusione che gli anni sul groppone non contanto, se la qualità dei prodotti rimane alta. La conferma a questa tesi si trova a Port Antonio, capitale della penisola di Portland, distretto situato nel nord-est della Giamaica. E’ in queste lande ricoperte di palme e fiori che, verso il finire degli anni ’50, prende vita il progetto Jolly Boys. Inizialmente gruppo di sottofondo in molti hotel giamaicani, la band riesce a ritagliarsi un ruolo fondamentale all’interno della comunità musicale dell’isola, diventando in poco tempo la colonna portante del GeeJam, grazioso hotel di Port Antonio.

Nel 2010, a distanza di più di cinquant’anni dalla prima esibizione, il gruppo pubblica l’ultima fatica discografica, Great expectation, un lavoro in cui i musicisti riarrangiano grandi classici del passato in versione giamaicana. La voce rauca di Albert Minott, cantante storico del gruppo, accompagna in un lungo viaggio che mostra come il primo suono uscito dal territorio giamaicano, il mento appunto, possa mescolarsi con le liriche di Lou Reed e Johnny Cash. Gli strumenti della cultura mento, come banjo, chitarra acustica e kalimba, si intonano alla perfezione con la tradizione rock statunitense, riuscendo a creare un sottofondo musicale davvero interessante. La versione giamaicana di Do it again è un raro capolavoro di bellezza, con il biascicante Minott a rendere il tutto più avvincente.

L’album si divide, sostanzialmente, in due parti. La prima richiama tutte le canzoni in cui si descrivono gli eccessi e gli atteggiamente talvolta borderline delle rockstar belle e maledette: da Perfect Day, ballata d’amore di Lou Reed, a Rehab di Amy Winehouse, passando per i The stranglers con Golden Brown, i musicisti giamaicani trovano degno sottofondo alle liriche, interpretate magistralmente dalla melanconica voce di Albert Minott. Nella seconda parte, invece, iniziano i canti più leggeri, come I fought the law dei Clash o Ring of fire di Johnny Clash, che, grazie a un campionamento dei The skatalites, si trasforma in una vera canzone giamaicana.

Le sonorità caraibiche tendono a rendere difficoltoso l’ascolto prolungato di un disco e Great expectation non fa eccezione: il punto di forza dell’album, il canto di Minott, è anche il tallone d’Achille. Un orecchio poco allenato, infatti, rischia di perdere l’attenzione per l’ascolto, mancando tutte le geniali sfumature di cui il lavoro è costellato. Great expectation rimane un esperimento perfettamente riuscito, prova tangibile che la musica giamaicana può collimare con tutti i suoni mondiali.

(25/09/2011)

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Lorenzo Li Veli
Lorenzo Li Veli

Caporedattore e gestore della sezione black music. Studente della magistrale di Ingegneria Energetica @ Politecnico di Torino

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