The Heliocentrics – 13 Degrees of Reality

Scheda
Rispetto al genere
8.0


Rispetto alla carriera
7.5


Hype
8.0


Voto
7.8

7.8/ 10

di Davide Agazzi

heliocentrics

Che sia avanguardia jazz o funky/hip-hop da salotto poco importa. Quello espresso dagli Heliocentrics, il collettivo inglese guidato dal percussionista Malcom Catto, è groove all’ennesima potenza. Macinare ritmo non è però roba da tutti, motivo per cui ci sono voluti ben sei anni dall’ultimo Out There per arrivare a questo 13 Degrees of Reality: il risultato  è quello di album universale, capace di trasformare suoni apparentemente discordanti in una miscela esplosiva e sinuosa, con il battito al centro di tutto.

Sinuosa si, come le onde soniche delle copertina e del singolone Wrecking Ball: oltre 7′ di psichedelia ancestrale, una sessione ritmica straordinaria ed un richiamo a quei ritmi africani migliorati grazie alle continue collaborazioni con il jazzista etiope Mulatu Astatke. Con lui, con l’etnomusicologo californiano di origini iraniane Lloyd Miller e con Dj Shadow (con il quale hanno girato in tour per parecchio tempo), gli Heliocentrics sono cresciuti, “ruotando intorno a sè”, in un vortice che ovviamente non poteva portarli alle luci della dovuta ribalta. I gradi del collettivo britannico non si misurano con il termometro infatti, ma con la filosofia di Cartesio e con la sua ricerca della conoscenza, dubbiosa, capace di spaziare nelle sue forme più inaspettate, dal discorso in apertura di George W.Bush sul “nuovo ordine mondiale” ai Dreams campionati di Malcom X. Il loro sistema planetario afro-futurista si colloca ancora una volta in mezzo ad un universo di suoni impressionanti, dettati dalle linee di basso di Jake Ferguson e accompagnati da due polistrumentisti a dir poco etnici come Jack Yglesias (che suona il santur, un’intepretazione iraniana del dulcimer) e Ade Owusu alle prese con l’oud, il mandolino diffuso in tutto il mondo arabo-islamico. Diciotto tracce dove il fantasma di Frank Zappa sembra in qualche modo dettare i tempi di un disco che non vuole misurarsi con gli orologi – se non forse giusto quelli fusi da Dalì nell sua “Persistenza della memoria”-, ma piuttosto muoversi ciondolante in un’Odissea delirante senza né capo né coda. In questa maniera il rumorismo di Descarga Electronica riesce a fondersi liberamente con lo spirito di Freeness Part 2, trovando inaspettati punti d’incontro sulla possibile via (di Damasco?) segnata da Collateral Damage e dai tornanti sabbiosi di Ethnicity. Forse si, c’è qualcosa di troppo in tutti questi intermezzi, ma è giusto che gli Heliocentrics modellino le coordinate spazio-temporali a loro piacimento: noi non abbiamo nessuna fretta.

(02/07/2013)

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Davide Agazzi
Davide Agazzi

Giornalista pubblicista, scrive per La Repubblica e perde il suo tempo ascoltando dischi che agli altri non piacciono. Appassionato di distorsioni psichedeliche, contaminazioni balcaniche e vecchiume affogato nel whisky.