The Fray – Scars & Stories

Scheda
Rispetto al genere
4.0


Rispetto alla carriera
4.0


Hype
4.0


Voto
4.0

4/ 10

di Eugenio Goria

Terzo disco per i The Fray, e nulla di nuovo rispetto al copione dei precedenti. Tanto per cominciare, viene da sorridere a leggere la dichiarazione rilasciata da Isaac Slade a proposito della scelta del titolo, che prende il nome da un B-side lasciato da parte: “Abbiamo passato un sacco di cose a livello personale, ma siamo ancora insieme come band, e credo ci piaccia l’idea delle cicatrici, perché sono guarite. Non sono necessariamente delle ferite, ma sono comunque come una mappa di dove sei stato e a volte sembra che indichino dove vuoi andare”. Molto bella come frase e molto vera, ma forse sta un po’male in bocca a un cantante appena trentenne che ha alle spalle una prestigiosa carriera di ben tre album. Ma questo non ha nulla a che vedere con la musica.

Il primo assaggio di questo album era già arrivato a fine 2011 con l’uscita di un singolo, Heartbeat, che mostra a pieno come l’etichetta “alternative rock” che viene data alla band è piuttosto immotivata, in quanto di rock c’è ben poco, di alternativo nulla. Al limite si potrebbe parlare di pop-rock americano, dove prevalgono sonorità in stile anni Novanta e primi Duemila, ma con in più l’influenza della nuova corrente dell’indie rock: i coretti fanno pensare proprio a i Coldplay di Mylo Xyloto. Le cose non migliorano con gli altri brani, che almeno hanno il pregio di farsi trasportare un po’dagli strumenti, a cui viene concesso uno spazio un po’più ampio, ma solo un po’. Tuttavia, il peggiore difetto che può avere il rock melodico è quello di non essere melodico, e i The Fray compiono sicuramente questo errore, prendendo una voce che prova a cantare alla Lenny Kravitz, appesantita da un pesantissimo accento del Sud degli States, e cercando di inserirla su arrangiamenti che provano a essere i Coldplay, ma con qualche schitarrata in più. Il risultato è che non si riescono mai a creare qulle belle ballate melodiche che vanno tanto tra gli amanti dell’indie, né si riesce mai a sfiorare l’idea di un arrangiamento veramente diretto ed energico.

A tratti si riesce a sentire che qualche buona idea c’è a ben guardare, e gli arrangiamenti sono un po’meglio di come sembra a prima vista, anche se il loro difetto principale è proprio l’indefinitezza dei suoni, che molto spesso creano una pasta indistinta in cui è anche difficile seguire una linea precisa. Lo si può sentire bene in 1961 dedicata al muro di Berlino, in cui decisamente i suoni si affollano senza creare qualcosa di distinto, e di nuovo non si può non guardare ai Coldplay. Meglio Rainy Zurich, che se non è molto diversa dagli altri brani del disco, almeno ha un arrangiamento più essenziale. 48 to go è un altro brano che si può considerare ben riuscito nel suo arrangiamento: perlomeno fa un po’sorridere il ritorno del mito della West Coast, con nulla in più rispetto a quanto si conosceva dal telefilm OC.

Non si può certo parlare di povertà di ispirazione per questo disco, che sembra comunque ben costruito e con brani ben lavorati e anche piuttosto eterogenei tra loro. Dopo tanti tentativi malcelati di imitare altri gruppi, finalmente arriva anche una vena di sincerità con il breve duo di tastiera e voce di Be still, che almeno riesce a essere qualcosa di particolare, e non un rimescolamento della sonorità indie di questi anni. La povertà è piuttosto a monte, nella scelta stilistica evidente già nei primi dischi, ma molto forte in questo, di mettersi quasi mai in gioco con idee innovative, ma fare il verso ora a uno ora all’altro senza possederne né il fascino, né l’inventiva.

(11/02/2012)

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Eugenio Goria
Eugenio Goria

Caporedattore. Scrivo di musica dal 2008 su riviste storiche come "Late for the sky" e "L'Isola". Nel 2010 sono entrato a far parte di Outsiders.