The Dodos – Carrier

Scheda
Rispetto al genere
7.5


Rispetto alla carriera
6.5


Hype
6.0


Voto
6.7

6.7/ 10

di Manuel Polli

Meric Long e Logan Kroeber sono tornati, con la loro ormai consolidata formula di folk-rock fresco e pacato (e ben suonato) con l’aggiunta di quella vena malinconico-psichedelica che solo loro sanno rendere così piacevolmente arrendevole.
Carrier, il loro quinto album uscito per la prima volta su Polyvinyl, segue di due anni la loro precedente fatica, quel No Color che aveva, a detta di molti (e anche del sottoscritto), cercato di rimettere in carreggiata un suono che con il precedente Time To Die aveva senz’altro perso in freschezza e genuinità. Non che fosse un album privo di idee o mediocre in generale, tutt’altro. Il fatto è che Time To Die usciva nel 2009, a solo un anno di distanza da quel Visitors per il quale gli elogi non si sono davvero sprecati, e giustamente. Cavalcate rabbiose ed urla selvagge a stento controllate in quel folk trapiantato nelle radici americane ma allo stesso tempo quella spontaneità nell’approcciarsi all’indie-rock degli ultimi anni, una miscela sonora che in pochissimo tempo ha visto i fans moltiplicarsi come (o forse più, chi può dirlo) i pani e i pesci in tutto il mondo e i Nostri catapultati nello stesso tempo al successo. Una perla insomma, né più né meno, ma il duo californiano ha continuato a comporre musica di buon livello, e quest’ultimo Carrier ne è l’ennesima riprova.
Registrato nella loro San Francisco negli studi di John Vanderslice con alla produzione quel Phil Ek (Fleet Foxes) già produttore del già citato e meno fortunato No Color, il disco è sicuramente influenzato dalla prematura scomparsa di Christopher Reimer, chitarrista dei Vemen e fido collaboratore nei live di Meric e Logan.
Fatto difficile da digerire e che ovviamente si riflette nella musica e nei testi, oltre al cantato di Meric, mai così maturo, un Morrissey stanco nella ballata per chitarra e violino di Death, mai i Dodos si erano spinti così infondo nelle lande sperdute della malinconia. Facile dire che in Visitors la cavalcata finale della titletrack Transformer avrebbe avuto tutto un altro piglio, quel disco era concepito in tutt’altra maniera, quella schizofrenia spontanea probabilmente non tornerà più, ma i ragazzi dimostrano la consueta classe agli strumenti e la cavalcata ora diventa più ragionata, senza però quel sentore di staticità che traspirava da No Color e, in maniera minore, anche da Time To Die. La serietà delle comunque squillanti trombe di Substance e la rivisitazione in versione neo pop-folk delle armonie vocali Wilson-McCartniane di Relief con il consueto e non invadente fingerpicking sono tra i momenti più alti del disco, a volte invece la voce di Meric si fa trasportare inerme dalle staffilate percussive di Logan, la decadenza di Stranger ne è un ottimo esempio.
Il resto del disco scorre piacevole nella sua completezza, forse il limite va cercato nella formula “inizio acustico-finale in progressione elettrico” che alla fine sembra un po’ tirare la corda ( Family e The Current).
Passati definitivamente i fasti fanciulleschi del 2008, Carrier ci consegna un duo in forma e maturo ma, ne siamo certi, la permanenza di questo disco nelle playlist degli appassionati per durata non sfiorerà neppure quella di Visitors. Allora godiamoci quello che fu senza però ignorare il presente, i Dodos, comunque, hanno tutte le carte in regola per  sorprenderci ancora.

(06/09/2013)

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Manuel Polli