The Chieftains – Voice of Ages

Scheda
Rispetto al genere
8.0


Rispetto alla carriera
7.0


Hype
7.5


Voto
7.5

7.5/ 10

di Davide Agazzi

Chi conosce bene la lunghissima discografia dei Chieftains non proverà certo stupore. Per celebrare i cinquant’anni di carriera ecco un album ricco di collaborazioni, proprio come il celebratissimo The Long Black Veil di metà anni ’90, che ancora oggi rimane il maggior successo del collettivo irlandese. Al tempo, quando i pionieri del folk delle cornamuse aprivano i concerti dei Rolling Stones e degli Who, parteciparono al disco artisti come la connazionale Sinead O’Connor, ma anche Van Morrison, Ry Cooder, Sting, Mick Jagger e Mark Knopfler. Oggi, Voice of Ages può contare su tutte le migliori voci del nuovo panorama country/folk internazionale, da Bon Iver ai Decemberists fino a Lisa Hannigan (forse mancano giusto i Fleet Foxes e Damon Albarn, che ormai è un po’ come il prezzemolo). Così, per le proprie nozze d’oro, anche se la formazione ha subito qualche cambiamento negli anni, i Chieftains hanno deciso di rivolgersi ad uno dei migliori “agenti matrimoniali” sulla piazza, quel T-Bone Burnett vincitore di un Oscar con la canzone The Weary Kind di Ryan Bingham per il film Crazy Heart, nonché produttore di artisti come Elvis Costello, Robert Plant e Bono degli U2. A capitanare quest’ennesima impresa l’inesauribile e vulcanico ultrasettantenne Paddy Maloney, sempre a cavallo delle sue pipes, del suo tin whistle e del suo bodràn.

Nel disco c’è ovviamente di tutto, lo stampo è quello conosciuto, anche se alcune canzoni sembrano un po’ slegate tra loro, lontane da un filo comune che forse non si voleva nemmeno tracciare. Si canta delle contee irlandesi attraverso le sue tradizioni con Come All Ye Fair And Tender Ladies e Down in the Willow Garden (con Bon Iver), si rende omaggio a Bob Dylan (già al fianco di Burnett a metà anni ’70 durante la Rolling Thunder Revue) con l’appoggio degli scoppiettanti Decemberists sulle note When The Ships Come In e si riscopre uno scozzesissimo Paolo Nutini in Hard Times Come Again No More. Tuttavia, ad aspirare al trono è una regina, quella Lisa Hannigan capace, con My Lagan Love, di stregare il caotico folklore di San Patrizio con quattro minuti ipnotici, totalmente estranei al corpo del disco. A questo punto, sembra tutto davvero troppo facile: vincere arruolando i migliori sulla piazza è roba da tutti. E invece è proprio qui che iniziano i meriti di questi cavalieri dalla verde divisa, che da buoni allenatori sembrano aver insegnato ai propri giocatori alcuni trucchetti del mestiere. L’appuntamento, ovviamente, è già al prossimo disco.

(21/06/2012)

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Davide Agazzi
Davide Agazzi

Giornalista pubblicista, scrive per La Repubblica e perde il suo tempo ascoltando dischi che agli altri non piacciono. Appassionato di distorsioni psichedeliche, contaminazioni balcaniche e vecchiume affogato nel whisky.