The Bloody Beetroots – HIDE

Scheda
Rispetto al genere
8.5


Rispetto alla carriera
8.5


Hype
8.5


Voto
8.5

8.5/ 10

di Simone Picchi

Sir Bob Cornelius Rifo è ormai una certezza nell’elettronica degli ultimi anni. Passato dalla spenta Milano alla viva Los Angeles, il fu Simone Cogo ha acquisito un peso consistente nella scena elettronica mondiale. Prova ne è la grande attesa per l’uscita di questo suo nuovo HIDE.  Seconda prova in studio dopo Romborama del 2009, con in mezzo tanti remix e singoli nella migliore delle tradizioni, questo nuovo lavoro vede la partecipazione di moltissimi artisti di estrapolazione elettronica e non, che finiscono per dare un contribuito essenziale alle tracce.
La partenza è affidata a Spank, una classica traccia electro-house in crescendo che fa da spartiacque alla muscolare Raw, il prodotto più vicino al rock (insieme a The Source) data la presenza dietro le pelli di Tommy Lee dei Mötley Crüe e di chitarroni hard rock. La voce celestiale di Greta Svabo Bech smorza i toni nella ballata da classifica The Chronicles of a Fallen Love, accompagnata dalla daftpunkiana The Beat, l’incontro con l’anima soul di Sam Sparro nell’intensa Glow In The Dark, e le direttive electrofunk di P-Thugg in Please Baby, che strizzano l’occhiolino alle classifiche. In mezzo ad un delirio elettrico dalle molteplici facce c’è lo spazio per il cazzeggio dato dalla rivisitazione in salsa elettronica della filastrocca per bambini Volevo Un Gatto Nero (You Promised Me). Nota a parte per Out of Sight, frutto dell’insolita collaborazione con Youth dei Killing Joke e l’immortale Paul McCartney, confezionata ad arte sulla voce filtrata dell’ex Beatles su un sottofondo dal sapore rock che sfocia in un ritornello d’impatto elettronico.

Un album che contiene tutte le sfumature del talento nascosto sotto la maschera iconografica del “progetto The Bloody Beetroots”. Le ballate da classifica, le sfuriate electro-house, brani riempipista, l’anima rock ed un insospettabile lato soul. Di fronte a prodotti del genere si rischia di trovare i classici pezzi riempitivi scritti con il solo scopo di confezionare la durata ideale per un disco, come nel precedente Roborama – fin troppo legato agli standard di un certo tipo di elettronica e saturo di “tappabuchi”. Ma non è questo il caso.Parlare di sorpresa dell’anno non dà giustizia al lavoro svolto sinora dall’artista italiano, già arrivato nell’Olimpo elettronico ed alla completa maturazione dopo diversi anni passati in giro per il mondo a portare il verbo dei The Bloody Beetroots. HIDE rappresenta un passo importante nella scalata all’eccellenza dell’elettronica moderna, un gioiello che si aggiunge a quelli da ammirare ed ascoltare sulla mediocre scena musicale dei giorni nostri.

(28/09/2013)

Commenta
Simone Picchi

Studente di Scienze politiche a Messina, collaboratore recensore/reporter/intervistatore/factotum.