The Black Twig Pickers – Rough Carpenters

Scheda
Rispetto al genere
5.0


Rispetto alla carriera
4.0


Hype
4.0


Voto
4.3

4.3/ 10

di Eugenio Goria

C’è il popolare e c’è il finto popolare. La differenza è ben nota in musica, ma fin qui non vi sono implicazioni qualitative: molti autori hanno fatto un ottimo lavoro riprendendo elementi stilistici folk e interpretandoli in una chiave molto personale: basta pensare ai Pogues per la musica irlandese, o ad Alexis Korner per il blues. L’unico problema di quando ci si cimenta da autori con generi musicali che affondano le radici nel popolare bisogna fare i conti con una certa rigidità dei loro schemi caratteristici, dal ritmo alla timbrica degli strumenti, dall’armonia alle melodie. Non è da tutti saper plasmare a proprio piacimento un linguaggio che offre così poca variazione, e proprio in questo errore sembrano cadere gli americani Black Twig Pickers, con il loro ottavo album Rough Carpenters.

Da sempre la band è specialista di appalachian music, ossia quel country americano diffuso negli stati dell’est intorno alla catena degli Appalachi. Questo genere presenta forti analogie con la musica irlandese, portata dalle prime ondate migratorie, e i suoi strumenti caratteristici sono la chitarra, il banjo, il violino e il mandolino. I Black Twig  Pickers hanno fatto proprio questo genere musicale e da molto tempo ormai ne propongono la propria rilettura. Il problema con Rough Carpenters è che un disco simile non ha nulla né da aggiungere né da togliere alla storia e all’evolversi nel tempo dell’appalachian music, e se lo stridere del violino innegabilmente mette voglia di correre a sentire il gruppo dal vivo, l’ascolto del disco finisce per essere lungo e noioso, con pochi spunti davvero interessanti.

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Rough Carpenters è più che altro un disco di americani destinato ad altri americani, che difficilmente si può amare se non fa parte del proprio sostrato culturale. Le quattordici tracce di cui è composto trasmettono effettivamente quanto di evocativo può avere il country americano, ma il semplice rifacimento non è sufficiente: il lento e ipnotico inizio strumentale Blind man’s lament lascia ben sperare in un qualche tentativo di elaborazione, ma non appena si passa alla title track, che segue immediatamente, si ha di che ricredersi. L’ascolto non è cattivo, solo poco interessante, e con un’insopportabile attidudine finto low-fi che sembra voler ricreare il suono gracchiante e polveroso dei vecchi dischi. Tra un giro di danze e l’altro il disco, fatto in buona parte di brani strumentali tra cui un omaggio a Loudon Wainwright III con Where the whipporwills are whispering goodnight, si ascolta con relativa facilità, se non fosse per un violino che a tratti è invadente; tuttavia, l’ascoltatore rimane necessariamente un po’scornato di fronte a un prodotto fatto apposta per suonare vecchio e rustico, ma che nulla aggiunge a quanto si potrebbe godere andando a rispolverare qualche vecchio classico come Clarence Ashley.

Certo, è impossibile dire più di tanto male di un disco che si rifà a una tradizione interessantissima nel panorama americano, e anzi guadagna punti soprattutto in quanto diffonde un genere e un suono che deve essere preservato. Ciò che offende maggiormente l’orecchio è che non si tratta né di un rigoroso rifacimento, che pure sarebbe cosa meritoria, né di un’originale reinterpretazione. Per questo motivo, in definitiva ci si aspetta qualcosa di più.

(31/03/2013)

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Eugenio Goria
Eugenio Goria

Caporedattore. Scrivo di musica dal 2008 su riviste storiche come "Late for the sky" e "L'Isola". Nel 2010 sono entrato a far parte di Outsiders.