The Black Angels – Indigo Meadow

Scheda
Rispetto al genere
8.0


Rispetto alla carriera
8.5


Hype
8.0


Voto
8.2

8.2/ 10

di Marco Favaro

fiori

Quello che riesce sempre un po’ a spiazzare, nei lavori dei Black Angels, è l’innocenza con cui – apparentemente – si dedicano alla loro materia. Come se tutto oscillasse tra la massima ingenuità e l’attenzione più fitta. Naturalezza e arguzia meditata. Così il design curatissimo e ammiccante di album e booklet, l’approccio ai testi, impastati di simbolismo e luoghi comuni, il candore con cui dicono che ogni singolo strumento suonato – chitarre pedali tastiere – arriva dai Sixties.  Di assolutamente certo e fisso, invece, sono proprio i Sixties; o meglio, c’è la sicurezza che non solo gli strumenti, ma tutta l’atmosfera in cui si sono ripetutamente immersi i Black Angels, arriva da lì. E il fatto che questa si sia poi diffusa a ondate nell’aria, per arrivare a toccare l’Islanda come il Vietnam, e che abbia ancora un valore culturale nel 2013 è quello che i Black Angels si impegnano a dimostrare.

Lasciata Los Angeles, dove è stato registrato l’ottimo Phosphene Dream (2010), la band – ora ridottasi a quartetto – torna a casa, in Texas, tradizionalmente indicato come luogo di nascita dello psych-rock, con i 13th Floor Elevators e Austin nel 1965. Dopo il sole californiano, il deserto di El Paso e i campi colmi di Bluebonnet, il fiore blu texano. Da qui Indigo Meadow, il nome del nuovo album, appena uscito per la Blue Horizon. Per parlare del disco si può partire dalla la frase che compare sull’ultima pagina del booklet; “Peu import la couleur, pourvue que ce soit noir” è la massima attribuita a Henry Ford che, per velocizzare il processo e abbattere i costi di produzione della Ford T, l’automobile con cui ha dotato di ruote gli USA, decise che sarebbe stata prodotta solo di colore nero.  Invece tutto, in Indigo Meadow, trabocca colore: dall’apertura con i campi indaco a cui è dedicato il disco ai colori uditi in I Hear Colors (Chromaesthesia), al nero che nero non è – Black Isn’t Black – con cui si conclude. I brani danno l’idea di una band perfettamente a proprio agio tra psichedelia e rock’n’roll; si avverte una maggiore  inquietudine rispetto all’album precedente, soprattutto in tracce come l’acidissima Indigo Meadow e la stupenda Holland, ma la linea seguita continua quella di Phosphene Dream: una scaletta contenuta (45 minuti circa) e altamente incisiva, che include toni più pop (Don’t Play with Guns, The Day) e spazia nel garage (Evil Things). Un flusso che non lascia spazio a cadute di tono e fa (finalmente) trasparire con assoluta chiarezza l’influenza dei Doors, che certo vengono abbastanza spesso citati come modello per i Black Angels ma – a nostro parere –  mai con la precisione necessaria (gli organi Evil Things, le voci di The Day, Broken Soldier).

Un disco, insomma, davvero consigliato, a cui si aggiunge tutto il lavoro che la band porta avanti in tour (in autunno dalle nostre parti), con l’organizzazione dell’Austin Psych Fest (http://www.austinpsychfest.com/) e la Reverberation Appreciation Society,  i progetti secondari musicali e grafici, l’aggregazione di un movimento artistico che ha voglia di lasciare (portare avanti) una traccia. Questo è il valore che i Black Angels attribuiscono alla psichedelia: un modo di pensare e agire; così scrivono sul booklet di ogni album, con il solito amalgama di candore e assoluta serietà: WE ENCOURAGE YOU to rethink your preconceived notions, question authority, and create other methods of survival.

(06/04/2013)

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Marco Favaro
Marco Favaro

Collaboratore. Cantante e chitarrista nei Dieci Piccoli Indiani.