The Beach Boys – That’s Why God Made the Radio

Scheda
Rispetto al genere
7.0


Rispetto alla carriera
5.0


Hype
5.0


Voto
5.7

5.7/ 10

di Eugenio Goria

Qual era il modo migliore di festeggiare 50 anni di Beach Boys, se non con un bel disco nuovo di zecca? Li avevamo lasciati nel 1996 con Stars and Stripes vol.1, e di recente sono tornati a far parlare di sé con la pubblicazione di un corposo box di materiale inedito risalente al periodo doro di metà anni Sessanta; ma la vera novità è il ritorno di Brian Wilson al fianco di Mike Love e compagni. La sua figura,  fondamentale, è legata a capolavori indiscussi della band come Pet Sounds, ma la droga e l’esaurimento nervoso, che già gli avevano impedito per qualche tempo di salire sul palco, finirono  con il farlo allontanare dai Beach Boys, che tornano oggi dopo molto tempo in una formazione molto vicina a quella dei loro più grandi successi. Dal 1974 Wilson aveva smesso anche l’attività in studio, e si limitava a esibirsi in qualche concerto.

Certo, fa un po’impressione vedere gli inventori della surf music ridotti a quattro americani ben pasciuti, con i capelli brillantinati e la camicia a fiori, come a far finta che il tempo non sia passato. Sembra anzi che, quando le rockstar arrivano alla terza età, non stiano più nella pelle dal desiderio di pubblicare un disco che, si sa, difficilmente riuscirà a essere convincente, e ancora più difficilmente riuscirà a vincere il confronto con uno qualsiasi degli artisti più giovani. Onore al merito, però, di chi non getta la spugna e cerca ancora di proporre nuovi lavori.

That’s why God Made the Radio è proprio un disco da cinquantesimo anniversario: senza esagerare, richiama le sonorità degli anni Sessanta, arrivando anche a snocciolare quanche buon brano, come la stessa title track: i suoi sei ottavi da ballo della scuola mostrano che le buone qualità ci sono ancora, e allora perché non sfruttarle? Certo, la buona volontà non è tutto, e alcuni brani proprio non ce la fanno: Isn’it time è molto piacevole, ma non aggiunge granché alle possibilità espressive dei Beach Boys, e sembra la fotocopia di molte cose già sentite. Spring Vacation sarebbre un brano eccezionale, se fosse stato rispolverato dagli anni Sessanta; scritto oggi, invece, non fa che riproporre uno stereotipo che Wilson e Love hanno creato, ma che è stato ampiamente ripreso e  sviluppato, fino a diventare una delle tante caricature holliwoodiane, e perdere così ogni originalità: quando il coro, ad un certo punto, canta “good vibrations”, non si può che sorridere, forse con un pizzico di complicità, per quei quattro vecchietti che volevano  l’emozione di poterlo cantare ancora, come se fosse la prima volta. Quello che emerge più che altro è la voglia di dare un’immagine compatta del gruppo nell’importante ricorrenza dei suoi cinquant’anni: c’è la voglia di mostrare che questo gruppo, che senz’altro dobbiamo considerare tra gli inventori del rock, è ancora adesso in grado di riceare quella sonorità festosa, oggi come allora un po’rubata ai Beatles, che li rende caratteristici. Shelter è forse il brano che più convince del disco, mentre la traccia di chiusura, Summer’s gone, che si discosta decisamente dalle altre per il suo suono acido e rarefatto, è un richiamo diretto alla suite conclusiva di Pet Sounds.

Ciò che lascia perplessi tuttavia, non è tanto una questione di originalità: un brano come Beaches in Mind è ovviamente confezionato per amalgamarsi tra i vecchi pezzi del periodo di Surfin Usa, sia nel testo che nella forma musicale, ma l’ascolto è comunque piacevole. Il problema è piuttosto che non tutti i brani sono così: di fronte a qualche traccia veramente azzeccata, pur nella finzione che il tempo non sia passato, ve ne sono altre che proprio non decollano, con un sound decisamente anni Ottanta che appare proprio superato. Anche musicalmente, ci sono pochi spunti veramente accattivanti: sono sempre gli stessi ritmi ad avvicendarsi, con poco spazio per far venire fuori gli strumenti, e una tastiera che tende ad amalgamare tutto quanto, in maniera piuttosto invadente. Tuttavia, nonostante i molti lati negativi, che sono dovuti all’età più che a effettivi demeriti del gruppo, si può dire che il disco abbia una sua importanza non trascurabile in quanto rappresenta l’ultima fatica di una band che forse è stata sempre un po’sottovalutata, considerata buona per divertirsi a una festa, ma non così tanto da meritarsi un posto tra gli inventori del rock.

(05/06/2012)

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Eugenio Goria
Eugenio Goria

Caporedattore. Scrivo di musica dal 2008 su riviste storiche come "Late for the sky" e "L'Isola". Nel 2010 sono entrato a far parte di Outsiders.