Terry Malts – Nobody Realizes This Is Nowhere

Scheda
Rispetto al genere
6.5


Rispetto alla carriera
6.0


Hype
5.5


Voto
6.0

6/ 10

di Manuel Polli

New York City, anno 1976. Il locale è il CBGB’s e la serata promette bene: dopo il gruppo d’apertura, i Terry Malts, si esibiranno i Television di Tom Verlain e soci. Il punk deve ancora mostrarsi al mondo nella sua veste più cinica e anarchica, per quello bisognerà attendere ancora un anno:  Sex Pistols rovesceranno gli schemi musicali partendo dalla loro Inghilterra solo nel ’77. Per ora il centro più febbrile al mondo è il CBGB’s.

Un sogno, certo, ma sarebbe senz’altro questo la serata ideale per i Terry Malts, che però – essendo arrivati un tantino fuori tempo massimo – si devono accontentare di riaccendere nelle menti dei nostalgici il ricordo di quei tempi, gli anni della più grande rivoluzione che la musica pop abbia mai conosciuto.
Phil Benson (voce, basso), Corey Cunningham (chitarra) e Nathan Sweatt (batteria) escono a distanza di un anno dal loro precedente Killing Time – ancora su Slumerland Records – con questo Nobody Realizes This Is Nowhere,  mantenendo intatta la formula del precedente lavoro, ovvero punk-rock senza fronzoli.
Undici brani che si avvicendano rapidi e veloci, poche paranoie e una struttura sonora elementare e ripetitiva, come in ogni album punk che si rispetti. Un album onesto ma, questo va detto, nulla di più. Il difetto principale di Nobody Realizes This Is Nowhere è di suonare – in certi frangenti – come una vera e propria copia dei Ramones.
Registrato e mixato nella loro San Francisco da Monte Vallier (Weekend, Half Church), NRTIN risente forse troppo dell’influenza dei capostitipi newyorkesi, riprendendone però con il giusto piglio il minimalismo e la brillante essenzialità degli accordi, tra muraglie di distorsioni della sei corde di Cunningham e le mitragliate di batteria di Sweatt (che a tratti batte sulle pelli manco fossero i primi Motorhead). Il canto di Benson è distaccato ma avvolgente, mostrando in più occasioni qualche affinità con la new-wave post 77.
La sveglia in apertura della opening-track Two Faces ci prepara al caos, i primi pezzi sono delle autentiche bombe sonore, Human Race e They’re Feeding spingono sull’acceleratore, facendo emergere ogni tanto qualche timido e sporco assolo di chitarra. Zero tecnicismi, ovviamente: il primo cambio di ritmo lo troviamo in Buy Buy Baby, con la voce che si fa più morbida e i riverberi di chitarra più dilatati, quasi in odor di shoegaze – My Bloody Valentine con la sbronza fastidiosa?. No Tomorrow e Walking Without You danno man forte alla parte più trash del disco, mentre a spiccare è Confortably Dumb, che si avvale di strumenti non propriamente punk quali chitarra acustica e tamburello per dar vita ad una ballad ipnotica e ben riuscita. Un album onesto, si diceva, con poche sorprese e senza momenti memorabili, dal quale traspare comunque una genunità e una vitalità che molti gruppi più blasonati si sognano di avere.
Se venissero da queste parti e cercate una serata punk “alla vecchia maniera”, con i Terry Malts la troverete, statene certi. Punk’s not dead, no?

(27/09/2013)

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Manuel Polli