Terry Malts – Killing Time

Scheda
Rispetto al genere
5.0


Rispetto alla carriera
7.0


Hype
6.0


Voto
6.0

6/ 10

di Matteo Monaco

Esperimento di chimica: prendere Zen Arcade degli Hüsker Dü, i Bad Religion più cauti e i Ramones anni ’80, impegnati a timbrare il cartellino di Subterranean Jungle e Animal Boy. Depurando il composto, e girando la manopola del distorsore su “massimo”, avrete i Terry Malts. Non si tratta di un espediente narrativo, quanto del meticoloso lavoro di copiatura del trio di San Francisco, al banco d’esame nel secondo Killing Time. Come si può intuire, si parte dalle ambiguità, nel riordinare le carte giocate dalla band statunitense: da una parte la ripetitività che rasenta il plagio, ma dall’altra non mancano gli encomi all’opera ultimata. Basta mettersi nell’ottica giusta, e da un album di apparenti cover può fiorire più di una sensazione. Iniziando dai versi obliqui (o, come azzarda Pitchfork, stupidi) di Nauseous, in cui Phil Benson modula una voce nasale nel recitare un ambivalente sentimento amoroso, e passando per il gioioso agnosticismo di No Sir, I’m Not a Christian, le scoperte sono dietro l’angolo. In un’epoca che scimmiotta altri lidi e sogna gli scintillii al neon del reaganismo musicale, fa un certo piacere tornare al CBGB’s ad ascoltare un altro Joey Ramone in Waiting Room. La scopiazzatura è più che palese, tanto da renderla poco significativa. Infatti, si può scartare una cover band per la sola colpa di suonare musica altrui? Sarebbe folle, come rinunciare ad ascoltare il tocco irriducibilmente unico che dà linfa alle parti di Killing Time. Tenendo però conto dei punti di forza da attribuire ai padri putativi dei Terry Malts, da riassumersi nell’orecchiabilità dei fratelli Ramone e nelle asperità ipnotiche del post-punk. Quel che rimane è la coesione, fortissima, del corpus legato a doppio filo dalle chitarre di Corey Cunningham e dalle pelli sotto i colpi di Nathan Sweatt. Non una caduta di tono, dall’apertura di Something About You fino alla “sigla” finale con Big Deal, a minare l’apparato sonoro sviluppato sulle colline californiane, mentre il crooning raffreddato di Benson ricama suggestioni paranoidi e malaticce. È un ricordo dei bei tempi andati, tra liriche banalmente “anti”, e melodie riciclate da artisti (all’epoca) più creativi. Rimane, a salvare il progetto Terry Malts, la carica magnetica di ogni pezzo, che scaccia il retrogusto di parodia e incolla l’ascoltatore a questa utopia meta-temporale.

(13/03/2012)

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Matteo Monaco

Fondatore e collaboratore permanente di OUTsiders. Scrivo per Tagli, dopo aver collaborato con Però Torino e Ondarock.