Suicide Angels – Divine and Conquer

Scheda
Rispetto al genere
3.0


Rispetto alla carriera
3.0


Hype
3.0


Voto
3.0

3/ 10

di Simone Picchi

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I migliori anni del thrash metal sono passati da quasi trent’anni. La rinascita dei Duemila ha riportato in auge il genere con grandi album di vecchie leggende (Testament, Exodus e Megadeth per gli Stati Uniti e la vecchia scuola tedesca capitanata dai Kreator) e nuove leve a partire dagli Evile fino a continuare con i Municipal Waste. Se i primi con un ritorno alle origini e alla forza primitiva del genere hanno riscaldato i cuori dei fan di vecchia data, i nuovi thrashers hanno contribuito a dare una ventata d’aria fresca, che dopo qualche anno sorprendente dato dalla “novità” hanno subito una naturale involuzione, tipica delle band ferme nelle proprie idee senza un passato di successi alle spalle. E poi ci sono i Suicidal Angels. Band greca con all’attivo quattro album e diverse partecipazioni in tour con gli stessi Exodus e Kreator oltre a mostri del death come Behemoth e Cannibal Corpse.

Questo quinto album si apre con Marching Over Blood continuando imperterrito lo stesso discorso intrapreso in tutte le precedenti uscite: thrash metal ignorante all’ennesima potenza a tratti imbarazzante, anticipato dal singolo In the Grave, uno dei singoli di lancio più anonimi degli ultimi anni. Nessuna traccia di originalità, plagi più o meno evidenti, brani privi di mordente dalla struttura slegata. Impossibile non notare i vari scippi musicali presenti in ogni singola composizione: Divide and Conquer è un mix di tracce scartate da album di Exodus e Slayer, con questi ultimi seguiti nel loro incedere spasmodico e nei loro “assoli” schizoidi; Lost Dignity e Terror Is My Scream in più passaggi sembrano composizioni firmate Testament, ma in evidente stato confusionale. Una confusione nella composizioni che si presenta in maniera aggravata in Seed of Evil, Control the Twisted Mind e la conclusiva White Wizard, pseudo-cavalcate impreziosite da arpeggi old school completamente slegate nella struttura, con rallentamenti e velocizzazioni inutili al fine dello scopo e stacchi buttati a caso nell’arrangiamento. Nota a parte va dedicata al cantato di Melissourgos, evidentemente fan del thrash teutonico in quanto copia spudorata di quella scuola (senza l’accento made in Germany).
L’ondata revival si è esaurita da qualche anno per uno dei motivi per la quale il genere di riferimento era decaduto: la presenza sul mercato di cloni senza alcuna poetica. L’ispirarsi ai maestri del genere non può giustificare la carenza totale di inventiva. Un album come questo se presentato come un album-tributo e non come composizione originale può avere un suo perché (più o meno), confezionato in questo modo non ha nessuna valenza artistica. Una perdita di tempo fastidiosa che contribuisce a riscavare la fossa ad un genere che trent’anni fa ha entusiasmato, dieci anni fa è stato un piacevole ritorno ed adesso deve essere custodito da chi, a differenza dei Suicidal Angels, crede ancora in esso e sa come suonarlo.

p.s.= L’unica nota positiva è la copertina, disegnata dal grande Ed Repka, uomo simbolo del thrash metal dal punto di vista visivo.

(23/01/2014)

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Simone Picchi

Studente di Scienze politiche a Messina, collaboratore recensore/reporter/intervistatore/factotum.