Suede – Bloodsports

Scheda
Rispetto al genere
7.0


Rispetto alla carriera
7.0


Hype
7.0


Voto
7.0

7/ 10

di Marco Marzolla

Brett Anderson non riesce ad essere un individuo a sè stante. Non riesce a non essere Suede, è più forte di lui. Ci ha provato in tutti i modi a rincorrere la sua luccicante ombra degli anni ’90,  quando anche solo un piccolo, ammaliante movimento del suo ciuffo era capace di seppellire sotto tonnellate di ormoni le fragili menti di migliaia di fanciulle. E’ però assolutamente ingiusto banalizzare con facile ironia l’importanza che i Suede hanno avuto per la musica di questi ultimi due decenni. Quel controverso movimento o pseudomovimento che è il brit-pop probabilmente senza costoro non sarebbe neanche nato. La loro carica innovativa si intuisce pensando al periodo in cui la band muove i primi passi. Un periodo, quello degli ultimissimi ’80,  in cui tutto il panorama musicale europeo è ancora arenato sugli scogli esausti di quell’enorme calderone di sotto-generi che è la New Wave, mentre oltreoceano la carica rabbiosa del grunge sta plasmandosi tra le paranoie adolescenziali. I Suede irrompono cosi in Inghilterra, ponendosi non in netta contrapposizione con tutto ciò che è venuto prima (come di solito accade per tutti i moti di rinnovamento), ma raccogliendo la pesante eredità di Bowie, Brian Ferry e Marc Bolan. Dopo i grandi fasti di Coming up e Dog Man Star, dopo il declino sotto i colpi dei fenomeni Oasis e Blur, dopo gli scivoloni elettronici di Head Music, ma soprattutto dopo migliaia di defezioni e reunion forzate, i Suede tornano prepotentemente sulla scena.

Bloodsports non è un esperimento di marketing, messo in piedi a tavolino per cercare di tirar su ancora qualche soldo da una band ormai finita. I Suede ci sono, eccome… Suonano con la grinta delle band di ragazzini che sognano di sfondare, ma con un’esperienza e una maturità che lascia trapelare tutto l’affiatamento e la tecnica accumultata in vent’anni. In Bloodsports c’e tutto, dai singoli catchy come Barriers e soprattutto It starts and ends with you, alle ballatone singhiozzanti come Always e Faultlines. Brett Anderson ha ritrovato tutta la sua verve da neo-Brian Ferry che l’aveva reso celebre agli esordi, mentre l’unica nota di demerito è per il suono dei synth, decisamente poco attuali. In ogni caso, si sono scrollati via di dosso la polvere accumulata in quasi dieci anni passati nel dimenticatoio. Con grande stile.

(30/03/2013)

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Marco Marzolla
Marco Marzolla

Studente di medicina alla facoltà di Medicina e Chirurgia presso le Molinette di Torino. Batterista della band post-rock Acid Food.