Strange Hands – Dead Flowers

Scheda
Rispetto al genere
7.0


Rispetto alla carriera
7.5


Hype
7.0


Voto
7.2

7.2/ 10

di Davide Agazzi

Rituffarsi in quei favolosi anni ’60 è sempre un’esperienza memorabile. Ancor di più se basta un treno fino a Bordeaux per incontrare il sound dei Beach Boys fare a botte coi Ramones in una miscela di psichedelia e puro garage rock. Giunti al proprio debutto, i transalpini Strange Hands sorprendono piacevolmente con questo Dead Flowers, dodici tracce per cavalcare il gusto retrò di questi Anni Zero, con un pizzico di maliconia e tanta voglia di far musica. Un’altra raffinata produzione della Shit Music For Shit People, questa volta in collaborazione con i cugini francesi della Azbin Records, sempre attenta ai dettagli delle proprie uscite discografiche, come dimostra la sorprendente copertina firmata Lucas Donaud. Appassiscono i fiori, ma non i riff di chitarra di un’epoca intramontabile (mettiamoci dentro tutti i grandi della musica, dai Sonics ai Led Zeppelin fino ai Doors, ma anche gli ultimi Thee Oh Sees), ancora oggi, fresca e genuina. Il disco scorre veloce, senza pause di riflessione, navigando nel passato ovattato di First Poem, per poi scontrarsi con il punk da prima rivoluzione di Smell, tra acide visioni ed illusioni romantiche. Si rivivono le gesta degli Iron Butterfly e del suo organista, Doug Ingle, sulle note di Summertime e sul surf schizofrenico di Trapper & Dodger. Tanti, tantissimi spunti per un disco che non ha certamente la pretesa di rivoluzionare un genere musicale scolpito nella pietra da quarantanni, ma porsi come ottimo proseguimento nel marasma dei nostri giorni.

(21/05/2012)

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Davide Agazzi
Davide Agazzi

Giornalista pubblicista, scrive per La Repubblica e perde il suo tempo ascoltando dischi che agli altri non piacciono. Appassionato di distorsioni psichedeliche, contaminazioni balcaniche e vecchiume affogato nel whisky.