Stone Gossard – Moonlander

Scheda
Rispetto al genere
6.0


Rispetto alla carriera
6.0


Hype
6.0


Voto
6.0

6/ 10

di Simone Picchi

Tra una pausa e l’altra con i Pearl Jam ed i Brad, l’occhialuto chitarrista Stone Gossard – da buon musicista – continua a comporre per le proprie band, in attesa di proporle ai fedeli compagni di viaggio. E se queste composizioni non vanno a finire negli album in studio cosa succede? Potrebbero finire in qualche rarities, b-side o demo da inserire in qualche box set, oppure… comporre i vari tasselli di un nuovo album targato proprio Stone Gossard. Nel 2001 con Bayleaf si presenta al pubblico in veste di solista, un buon album figlio dei Pearl Jam più datati reso personale da qualche nuova idea e arrangiamento, più vicino alle radici che all’evoluzione in corso.
Moonlander è il territorio inesplorato delle band a cui appartiene (nota a parte per King of junkies e l’iniziale I need something different, che potremmo trovare tranquillamente in un album dei Pearl Jam). Witch doctor con il suo pop vagamente retrò dato dal sassofono, la spensieratezza di Both live, gli esperimenti I don’t want to go to bed e le atmosfere vagamente sognanti presenti in Battle cry sono il segno tangibile della voglia di discostarsi dai trademark abituali della sua carriera in-band, senza dimenticare la traccia che dà il nome all’album. Frutto di idee datate non prese in considerazioni dalle band, l’album non risulta pienamente concreto, a mancare è l’amalgama di un completo studio di ogni singola traccia, dove sembra prevalere l’istinto del momento piuttosto che una concretizzazione di esso. Troppi gli anni spalmati tra un’idea e l’altra, forte la sensazione della mancanza della sfumatura necessaria che altrimenti avrebbe dato più corposità e forza ad un brano che perde la carica emotiva all’interno della sua durata. Un puzzle costruito piano piano con qualche pezzo mancante.
Una collezione di brani scritti dal membro meno noto della band di Seattle, lontano dall’icona rock Eddie Vedder, dal camaleontisimo di Jeff Ament e dalle mille sfaccettature di Mike McCready e dai suoi intensi side-project. Lontani gli anni della furia giovanile e delle insicurezze ed abbracciati gli anni della maturità e le sue certezze, Stone Gossard confeziona un album onesto che non vuole raccontare grandi storie-simbolo di una generazione, nato dal semplice desiderio di trasformare in musica la propria personalità e gli sforzi espressi in più di una decade, non più in veste di gregario importante all’ombra dei totem, ma vestendo i panni di protagonista della sua storia.

(08/07/2013)

Commenta
Simone Picchi

Studente di Scienze politiche a Messina, collaboratore recensore/reporter/intervistatore/factotum.