Steven Wilson – The Raven That Refused To Sing (and other stories)

Scheda
Rispetto al genere
6.5


Rispetto alla carriera
8.5


Hype
6.0


Voto
7.0

7/ 10

di Lorenzo Goria

Che Steven Wilson fosse un barbaro non privo di ingegno lo si era fiutato da qualche tempo. Ma anche che come musicista e compositore fosse fin troppo rappresentativo per il prog rock, troppo dibattuto tra grandi intuizioni e grandi cadute in quella grandeur che aveva caratterizzato il peggior periodo del genere di cui si è fatto alfiere. Questa tendenza, diciamo pure mania, di fare le cose in grande, si era concretizzata già negli ultimi episodi coi Porcupine Tree per poi diventare l’unica componente dei primi due album da solista. Dici niente, considerato che questo è il terzo. A partire dalle sontuose confezioni dal prezzo esorbitante fino alla struttura stessa dei dischi: il formato di doppio album lasciava ampio spazio allo sfogo creativo, ma risultava sempre sbrodolato ed imperfetto e per buona parte superfluo. Insurgentes, uscito come doppio solo nell’edizione speciale, era stato un pessimo punto di partenza. Esasperante nella ricerca continua di un suono non convenzionale che finiva per essere solo noioso e fondamentalmente poco significativo. Con Grace for drowning (recensione qui) aveva fatto un passo avanti. Di primo acchito suonava come un ottimo disco, salvo poi diventare quasi insopportabile e “vecchio” dopo una settimana in più di ascolto. Resta in ogni caso apprezzabile come principio di distacco dall’ostinata alternatività in favore di un suono più godibile seppur inflazionato, ispirato ai Pink Floyd post-Barrett. Immutato però il sussiego con cui Wilson maneggiava la materia.

Proprio qui sta la novità di The raven. Nell’approccio meno spocchioso e nella durata ridotta ad entrare in un solo disco. In realtà nell’edizione superlusso (a quella non ha rinunciato) ce ne sono altri tre, ma contengono le stesse tracce del disco singolo.

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Se volete spendere il triplo e avere lo stesso, compratela pure. Potrebbe anche meritare visto che questo è il miglior disco dell’artista inglese fino ad oggi. Partendo dalla bella copertina ispirata a Georges Meliés – l’immagine a fianco, per capirci – niente a che vedere con il primo piano della maschera antigas di Insurgentes.

Gli arrangiamenti dei primi due dischi erano discontinui, e all’interno di una stessa traccia ci si poteva trovare di fronte ad un momento di chitarra acustica sola che cozzava violentemente contro uno stacco metal. Con maggiore consapevolezza, qui Wilson opta per un suono più omogeneo, ma pur sempre riconoscibile. Il risultato è un buon compromesso tra la voglia di fare scuola richiamandosi sempre alla vecchia guardia. Rimangono stacchi netti e cambiamenti di tono all’interno delle tracce (sarebbe strano il contrario, data la lunghezza) ma più ragionati e godibili, in perfetto stile anni ’70. Scarsi i momenti acustici, e il caro vecchio metal dei PT è un ricordo. I fiati di Theo Travis sono come al solito emozionanti e suonati impeccabilmente, ma solamente improvvisati e puramente accessori. A volte le parti volte sono talmente simili che se si dovessero distinguere le canzoni ascoltando solo il sax si farebbe confusione più di una volta. Bene la voce di Wilson, che nei limiti del possibile rinuncia alla brutta melodiosità dal piglio pop che lo distingueva nei live. Uno sforzo per buona parte vanificato dall’ampio uso dei cori in stile Yes, che alla fine dei conti è uno dei difetti più grandi del disco. Anche i testi lasciano abbastanza a desiderare: quasi sempre  canzoni d’amore riadattate in storielle horror senza particolare sugo scritte più per avere degli accessori vocali che per reale bisogno di parti cantate. In linea di massima infatti i passaggi strumentali sono nettamente superiori agli interventi della voce di Wilson e Jakszyk. Particolare il caso della title track, in cui la storia è più fascinosa e intrigante. Ma per lo più la componente di terrore rimane relegata nel testo, senza emergere negli arrangiamenti.

Il disco parte con l’adrenalinica Luminol, già suonata in concerto e documentata in Get all you deserve (recensione qui). Se ne era detto bene per live, e non si può che ripetere il giudizio per il rimaneggiamento in studio. È un ottimo pezzo d’apertura, sostenuto da un’azzeccata linea di basso su cui si innestano sporadici interventi di fiati e chitarre elettriche. Inaspettato stacco californiano (Crosby, Stills & Nash sono una novità senza precedenti nel repertorio di citazioni wilsoniano) incluso nel prezzo prima di una coda in crescendo che si conferma la specialità della casa. L’assolo finale poteva essere gestito meglio, ma riesce nell’intento di far passare dodici minuti senza staccare il piede dall’acceleratore e senza stufare. Lo stesso discorso vale per The Holy Drinker, l’altra potente cavalcata pentatonica del disco. La voce ed i testi per una volta convincono pienamente e gli ammiccamenti a Emerson, Lake & Palmer sono azzeccati e piacevoli da riconoscere: Wilson gioca in casa e si sente.

Il resto del disco è un continuo cimento con le forme espressive meno agevoli per il musicista inglese. In primo luogo la forma della canzone, con cui forse si trova troppo a suo agio (ricordate l’agghiacciante Postcard?). Il cimento sta proprio nel tentativo di districarsi dal solito giro di accordi che ha massacrato i nostri timpani da quando i Beatles lo resero di dominio pubblico con Let it be. Sfida vinta di misura grazie agli impeccabili arrangiamenti di Drive HomeThe Watchmaker, un po’ affossate dal testo banale e dagli immancabili coretti ai limiti del sopportabile. Il miglioramento è sensibile dal disco precedente, ma per fare del pop di qualità c’è ancora del lavoro da fare: offrono un buon intrattenimento senza però arrivare ai picchi qualitativi che si proponevano. Con Drive Home siamo sulla sufficienza stretta, senza particolari guizzi se non la ripresa di una singola, riconoscibilissima nota di Firth of fifth che vale da sola il prezzo del biglietto. The Watchmaker è la classica ballata wilsoniana da dieci minuti in vari movimenti. Intrigante l’inizio ma dai primi cambi di tonalità perde mordente e scivola nello scontato assolo di chitarra elettrica e nell’ancora peggiore intermezzo al pianoforte. Finale inaspettato con organo e mellotron che chiudono il pezzo con una sfumatura di tetraggine niente male. Dire che siano belle canzoni è forzare il vocabolario con le tenaglie. La vera nota stonata del disco è The Pin Drop, un pezzo senza capo né coda in cui Wilson canta veramente malissimo senza che il gran roboare di chitarre alle sue spalle possa fare molto per salvargli la performance. Alla fine dell’album è messa la traccia più semplice, ma anche la più affascinante: verrebbe da dire che The raven that refused to sing, con il suo modesto arrangiamento di pianoforte, così lineare, può molto più di tutto il resto messo insieme.

Wilson ci sa fare, indubbiamente. Sa divertire, soprattutto nei pezzi più rock, su cui ricama con sapienza e scioltezza arzigogoli da dieci minuti. E nonostante tutto cerca di affrancarsi da questa vena, alla ricerca di una musica più colta, o più pretenziosa, che non sempre gli porta i risultati sperati. Questo disco, come i precedenti, è un tentativo di lasciare un segno nel presente con la testa rivolta al passato, ma anche la  masochistica ricerca di un confronto dal quale non può che uscire sminuito.

(26/02/2013)

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Lorenzo Goria

Collaboratore poco più che occasionale, studente di liceo classico a Torino e (con ogni probabilità) OUTsider più giovane in circolazione.