Steven Wilson – Grace for Drowning

Scheda
Rispetto al genere
9.0


Rispetto alla carriera
8.0


Hype
9.0


Voto
8.7

8.7/ 10

di Lorenzo Goria

Lo aveva fatto presagire con i Porcupine Tree, credere con il suo primo disco solista; ora Steven Wilson ne dà la certezza: se c’è qualcuno che nel terzo millennio può entrare nella storia di una musica che sembra giunta al capolinea, quello è lui.

Questo suo Grace for Drowning è un imponente e ambizioso monumento al genere progressive a cui Wilson si era legato sin dai suoi primi lavori. Il grande merito che gli si deve riconoscere è quello di essere riuscito a fare un disco che omaggi il passato senza esserne schiavo: le sonorità, ispirate alla musica anni ’70 non sono mai banali né poco innovative, ma funzionali a un colto citazionismo, filo conduttore di tutto l’opus magnum. Dal sereno all’inquietante, dal jazz all’heavy prog, il disco si regge sull’equilibrio tra gli opposti di un genere che ha tante facce, spesso antitetiche, analizzate quasi tutte in questi due dischi di 85 minuti complessivi.

Disco 1. Deform to form a star. Le prime due tracce del disco sono una sorta di prologo all’intero album: da una parte la breve Grace for drowning, caratterizzata dall’ampio uso del pianoforte, di cui si farà abbondante uso in tutto l’album, e da un’atmosfera serena e sognante, che sfocia nell’opposto di Sectarian. Un pezzo tutto strumentale inquietante sin dai primi accordi di chitarra acustica, accompagnamento per un’altrettanto lugubre chitarra elettrica per poi finire in un’alternanza di sax dal sapore crimsoniano e di cori che a detta di Wilson stesso sono stati ispirati da Ennio Morricone. La differenza è che questi cori, più che in un western andrebbero bene in un film horror. Ma dopo due crescendo il pezzo cala e degrada verso la canzone successiva con un cinguettio di uccellini di floydiana memoria. Queste due atmosfere caratterizzano tutto il resto del disco.

Deform to form a star – title track del primo disco – si inserisce nella scia del primo pezzo con una melodia orecchiabile e un po’ monotona, retta dal piano e dal flauto, e un ritornello sottolineato dalla chitarra elettrica. No part of me introduce la drum machine per creare un brano dal feeling più elettronico ma sempre molto melodico e pacato. Fino a quando non viene spezzato dall’ingresso di chitarra distorta e sassofono, che danno luogo ad una parte decisamente metal.

Merita più spazio anche nella sua relativa insignificanza il singolo Postcard: il singolo secondo chi non se ne intende. Una canzone preferibilmente pop con non più di tre accordi. Preferibilmente suonata al pianoforte, con accompagnamento di archi. Testi preferibilmente malinconici, magari d’amore. Qualcosa che abbia una pausa a metà per poi riprendere esattamente uguale ma un po’ più forte. Ancora un po’ di chitarra elettrica messa per riempire i buchi ed ecco Postcard, il singolo secondo il progressive.

Per sbilanciare la sdolcinata inconcludenza di poco prima il primo disco si chiude prima con i cori da rito satanico di Raider prelude e poi con il jazz metal e il vocoder del piccolo capolavoro che è  Remainder the black dog. 

Disco 2. Like dust I have cleared from my eye. Una pausa a questo punto è quasi doverosa. I tre quarti d’ora si sentono e impegnano il cervello più delle orecchie. Infatti la seconda parte inizia più in sordina, con la compassata Belle de jour. Anche qui il primo pezzo è un’introduzione al resto dell’album: la chitarra classica prende il posto del piano e sarà presente per la maggior parte del tempo. Nel secondo disco non esistono tracce sbagliate, solo terribilmente impegnative: l’ascoltatore ha avuto il suo ultimo attimo di tregua. Index ripropone la batteria sintetica oltre a quella di Pat Mastelotto per un pezzo grandemente influenzato dalla musica elettronica. Il testo è puro delirio. Completamente diversa Track One, che in realtà è la traccia numero dieci. Inizialmente lo stile è molto simile a Syd Barrett solista, ma la psichedelia si perde immediatamente in un intermezzo sostenuto dalla chitarra distorta che impegna il brano fino alla fine, quando l’atmosfera ritorna a strizzare l’occhio ai Pink Floyd.

Ma il pezzo da novanta (come se gli altri non lo fossero) del secondo disco è Raider II, una suite da ventitré minuti, summa dell’intero album. Qui c’è veramente tutto: il vocoder, la batteria sintetica, il mellotron, il flauto, le numerose citazioni. Evidentissima la prima, dopo un attacco a base di pianoforte, la parte cantata richiama Cirkus dei King Crimson ed è allo stesso modo bruscamente interrotta. E poi l’assolo di flauto traverso, di una delicatezza infinita, compensato da quello di chitarra, in chiave metal. C’è posto anche per impressioni di post rock, con pochi accordi di chitarra in un’atmosfera tesa e lugubre, resa dal piano che ripete gli accordi iniziali. E poi si riparte, con una fuga guidata dalla chitarra acustica in crescendo, qualche tocco di sassofono e una coda lunga tre minuti in omaggio a 21st century schizoid man.

Doveva succedere prima o poi che in tutto questo rimestare nel passato arrivasse qualcosa di buono. In tanti anni di veri e propri capolavori nel progressive non ce n’erano stati. Questo non è un disco del tutto progressive, ed è fortemente indebitato con molti altri suoi predecessori, primi fra tutti i King Crimson, di cui hanno partecipato Tony Levin,Pat Mastelotto e Trey Gunn. Però  è senza dubbio una fine degna dell’inizio.E’ difficile che ci siano altri lavori di questa portata in futuro. In questo senso Grace for Drowning si pone – anche per il fatto che sarebbe difficile partire da questo stile per ricavarci altri dischi – rispetto al rock progressivo non come una pietra miliare, ma tombale.

(07/02/2012)

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Lorenzo Goria

Collaboratore poco più che occasionale, studente di liceo classico a Torino e (con ogni probabilità) OUTsider più giovane in circolazione.

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