Steve Vai – The Story Of Light

Scheda
Rispetto al genere
8.0


Rispetto alla carriera
6.0


Hype
7.0


Voto
7.0

7/ 10

di Eugenio Goria

Steve Vai è sempre Steve Vai, e non c’è alcun dubbio che il suo ritorno sulla scena discografica sia un’occasione di grande entusiasmo per i suoi ammiratori, ma anche una grande responsabilità per il musicista, nei confronti di un personaggio costruito e consolidato negli anni, a cui forse ha sempre reso giustizia più come esecutore che come compositore. Per quanto riguarda il lavoro in studio, avevamo lasciato Vai nel 2005 a Real Illusions: Reflections, un disco un po’banale che chiaramente non reggeva il confronto con altri capitoli più felici, fatto salvo qualche brano come Building the Church, che è diventata un classico nelle esibizioni dal vivo. Ora, giunge finalmente quello che si presenta come il seguito un po’migliorato di quell’ultimo capitolo.

A tracciare le linee di questa coerenza è sicuramente l’ispirazione di Vai, che come sempre è incentrata sul tema della spiritualità, dell’illuminazione, e persino sul lato più mistery della religione, ossia l’Apocalisse di Giovanni alias John the Revelator e il libro dei sette sigilli. Da un punto di vista strettamente musicale invece assistiamo a una interessante rottura di quella monotonia del disco precedente, che aveva segnato quasi un allontanamento di Vai da certe sonorità più estreme in favore di un gusto più vicino a una sperimentazione dal sapore new age. The Story of Light è piuttosto la celebrazione della varietà di stili e di ispirazione, in cui trovano spazio piacevoli intuizioni compositive come la poderosa title track che riporta alle atmosfere fantascientifiche di dischi del passato, per risolversi in un lunghissimo assolo in cui si può apprezzare a pieno la maturità artistica di Vai. Un pezzo del genere ci ricorda perché è lui il numero uno nel suo genere. Molto meno riuscito invece il dittico formato da John the Revelator e Book of the Seven Seals, ripreso da un blues di Blind Willie Johnson di cui cerca malamente di imitare la forma: tutto ciò che riesce a fare è abbozzare una cover alla Whitesnake in cui non si può fare a meno di notare quanto il blues sia un linguaggio troppo limitante perché Steve possa esprimersi al meglio, e finisce così per ricamarci su qualche assolo piacevole ma non convincente. Rovina il tutto un tentativo andato a male di costruire una variazione sul tema utilizzando un coro che rovina definitivamente il brano originale e costituisce uno degli arrangiamenti peggio riusciti della sua carriera.

Meno male che in tredici tracce c’è anche di che rifarsi, e in particolare bisogne citare la bella sorpresa di Mulllach A’tSi, in cui Vai ha ripreso una melodia celtica realizzandone una stupenda versione con tanto di arpa e chitarra acustica. È raro poterlo dire, ma per una volta il nostro chitarrista ha contenuto la voglia di strafare, e ha preferito realizzare un brano davvero elegante in cui si apprezza l’accompagnamento tanto quanto la solistica; per una volta i suoi assoli funambolici vengono messi da parte, e nasce così un lento che non è il solito lento per chitarra, molto ispirato e con un brillante uso della strumentazione. C’è anche spazio in questo disco per sentire Vai tornare a cantare in The Moon and I, anche se con un testo piuttosto primitivo che viene dimenticato nonappena inizia la lunga parte strumentale. Decisamente migliore No More Amsterdam, che almeno ha l’aspetto di un vero brano cantato, e non di uno strumentale in cui la voce ruba per un po’la piazza alla chitarra. Complice forse il duetto con Aimee Mann, il brano è decisamente ben riuscito. Tra i brani migliori bisogna ancora citare Weeping China Doll, in cui vengono unite la migliore solistica e la ricerca di linee melodiche cariche di mistero e di pathos.

The Story of Light è un disco da non sottovalutare, perché prima di tutto sente tutto quanto il peso di una maturità artistica ormai raggiunta da un pezzo. Uno Steve Vai che cerca di prendere le distanze da quello che era la sua musica in Passion and Warfare, considerato da tutti il suo disco migliore, e ha il coraggio di proporre qualcosa di nuovo variando continuamente le proprie risorse compositive. Ciò in cui il disco pecca è la scarsità di brani davvero efficaci: davanti a tanta sperimentazione viene forse un po’meno la facilità di molti brani del passato, così che ancora una volta ci si trova a bocca spalancata davanti a un assolo da capogiro, a chiederci però dove sia l’immediatezza tipica del rock, che ci ha fatto innamorare di brani come The Attitude Song, costruita su un cromatismo di sole tre note. In teoria il disco è molto completo, si possono apprezzare ottime melodie, ottimi arrangiamenti e anche alcuni riff estremamente coinvolgenti, ma mai tutto insieme, che era proprio la carta vincente di Vai. Sicuramente lo apprezzeremo nell’imminente tour italiano, sapendo che dal vivo ognuno di quei brani che nel disco non ci ha convinto verrà spinto oltre ogni limite, ma sappiamo che si può fare di più.

(02/09/2012)

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Eugenio Goria
Eugenio Goria

Caporedattore. Scrivo di musica dal 2008 su riviste storiche come "Late for the sky" e "L'Isola". Nel 2010 sono entrato a far parte di Outsiders.