Steve Mason – Monkey Mind In The Devil’s Time

Scheda
Rispetto al genere
6.0


Rispetto alla carriera
8.0


Hype
7.0


Voto
7.0

7/ 10

di Max Sannella

Le avventure con i sodali Beta Band si sono liquefatte ben nove anni orsono e lui, il delicatone vocalist della band scozzese Steve Mason, non si è mai arreso alla imprevista pensione da riscattare nel dolce far niente. Con buche e cascatoni clamorosi (vedi le scorribande con Black Affair e King Biscuit Time) approda in questi frangenti con un nuovo album, Monkey Minds In The Devil’s Time dove Mason si trasfigura completamente, riscopre certi vezzi politici della sua prima gioventù, anche riuscendo a strappare alcune memorabilie sonore di defunti Beta Band e mischiarle nel condensato sonoro di queste venti tracce.
Un disco scremato come percorso stilisticamente da onde e ibridi notevoli, un insieme di forme musicali mutanti che all’inizio si tengono lontani dall’orecchio, e poi – pian piano che la diffidenza si scioglie – ti vengono incontro come nebbie delicate, con quel fogghy tipicamente scozzese che alla fine scalda al pari di un fuoco. Qua e là definizioni e libertà sperimentali su ballatone senza fine: Elbow, Alan Parson e qualcosa dei Wire si possono incontrare in vari momenti dell’ossatura dell’album, quasi una ipnotica melodica reiterativa che ha il suo spazio eccellente e calibrato, denunciante e di presa di posizione; diciamo un ottimo indie-pop desideroso e allampanato che marchia e si trasforma in mercuriale quando si presta l’occasione, come in “From hate we hope” e “Behind the Curtains”, oppure sfociando in intermittenze hip-hop che espandono la rabbia sottomessa in “More money, more fire”.
Ottimi impasti per ambientazioni trasversali, come il french-touch che pomicia in “Never be alone”, il pop che esplode floreale “Oh my Lord” e che va ad infrangersi nell’inconsistenza – unica – della dance snaturata di “Tower Of Power”, traccia numero diciannove della scaletta, che è il neo assoluto di tutta la prosopopea color amaranto dell’album intero. Ovvio che i ricordi della Beta Band si rincorrono a manetta e non si possono dileguare senza un minimo sindacale di rimpianto, ma sono gli accadimenti del mondo rock. Meno male che Mason – più o meno – ce li (ri)posta ogni tanto nella materia grigia: il suo indie “made in Scotland” non si comporta male, speriamo per la sua continuità che non pensi mai alla pensione da riscattare.

(07/06/2013)

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Max Sannella
Max Sannella

Redattore.Parolaio e giornalista da 20 anni, tra note e distorsori, con l'Umbria come terra e la musica come amante.