Steve Harris – British Lion

Scheda
Rispetto al genere
4.5


Rispetto alla carriera
4.0


Hype
6.5


Voto
5.0

5/ 10

di Alekos Capelli

Come tutti i metallarari (e non solo) sanno bene, Steve Harris è lo storico bassista e fondatore degli Iron Maiden, icone del sound NWOBHM dai primissimi anni ’80. Parliamo quindi di un vero e proprio eroe della musica di genere, autore di decine di inni, cantati da trent’anni in arene di tutto il mondo. British Lion rappresenta il suo esordio solista, scelta che può apparire piuttosto atipica, per un musicista certo non di primo pelo (classe 1956) e con una carriera da hall of fame alle spalle. Questi dieci brani, composti durante gli estensivi tour mondiali dei Maiden, e nelle poche pause da essi concessi, danno però conto di una dimensione artistica e stilistica dalle sfumature effettivamente differenti, rispetto al classico heavy metal del gruppo inglese, caratterizzandosi come una raccolta di composizioni dal sapore genuinamente hard rock, debitamente ispirata da Lez Zep, UFO e Thin Lizzy, ma con l’aggiunta di qualche (timida) apertura a più moderne sonorità alternative. Accompagnato da vari musicisti (che in sostanza recitano il ruolo di illustri comprimari della star), tra cui si citano il cantante Richard Taylor e i chitarristi David Hawkins e Grahame Lesile, il buon Harris si diverte, senza troppe pretese, lungo trame sonore molto easy listening, come si evince sin dall’opener This Is My God, oppure Karma Killer e These Are The Hands. Altrove lo spettro dei Maiden aleggia in modo ben più presente e pressante (The Chosen Ones, A World Without Heaven), producendo una non bellissima sensazione di riciclo. Ma probabilmente in difetto principale, o comunque più percepibile, sta nelle performance di mediocre spessore di Taylor e compagni. Soprattutto il primo dietro al microfono non si dimostra assolutamente in grado di linee melodiche efficaci, apparendo di continuo ingessato e sottotono, come un emulo di Dickinson senza la benché minima qualità in comune con l’air raid siren del metal per antonomasia. Il risultato finale è dunque un disco che si ascolta con fatica e si digerisce veramente a stento, gravato inoltre di una produzione tutt’altro che perfetta. Passi l’ovvia indulgenza per le sezioni e le tonalità di basso, strumento al quale Harris non deve certo dimostrare niente (e nemmeno indulgere in autocelebrative galoppate sulle quattro corde), ma il sound di British Lion appare nel suo complesso davvero poco curato e rifinito, come ci si potrebbe aspettare da una band che muove i suoi primi passi, ma non da un musicista dalla così consumata esperienza, sia live che studio. Steve Harris avrà forse voluto colmare una lacuna artistica, un capriccio personale, o semplicemente portare a termine delle rimanenze di materiale che, guarda caso, non ha potuto utilizzare con la band madre (generalmente adusa a standard ben più elevati), ma resta il fatto che il suo British Lion certamente non ruggisce come ci si aspetterebbe, ed evoca al contrario tutta la posticcia imperfezione di un lavoro in gran parte gratuito e superfluo. We want Maiden.

(30/09/2012)

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Alekos Capelli
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