Stealing Sheep – Into the Diamond Sun

Scheda
Rispetto al genere
6.5


Rispetto alla carriera
7.0


Hype
6.5


Voto
6.7

6.7/ 10

di Ilaria Del Boca

L’album di debutto delle Stealing Sheep, terzetto tutto al femminile proveniente dalla beatlesiana Liverpool, è una bell’opera prima che mixa insieme folk, pop e sintetizzatori ballerini. Into The Diamond Sun, questo il nome del loro Lp raccoglie undici tracce molto simili tra loro: anche se i generi e le influenze sono diversi e svariati si prosegue verso un risultato unidirezionale. La ballad è il modello di riferimento, quello da cui partono per diramare pensieri e suoni. Ascoltandole ho sentito un chiaro rimando a quella che ormai si sta facendo una sottocategoria femminile molto nutrita dell’indie, per orecchie raffinate, adatto a pomeriggi autunnali davanti ad un libro e ad una tazza di tè. Dalla capostipite del genere, Björk, derivano una serie di grandi figure di spicco degli ultimi anni, Feist, Bat for Lashes, Florence and The Machine, Warpaint, Melody’s Echo Chamber solo per citarne alcune. Le Stealing Sheep sono fresche, un po’ impacciate e assolutamente inibite di fronte ai riflettori che sono stati puntati su di loro dopo aver aperto concerti a St. Vincent e Alt-j.
L’alternanza di pezzi frenetici a canzoni dai ritmi più soffici è una costante che ci accompagna durante tutti i quaranta minuti dell’album: si passa da The Garden, pezzo d’apertura, introspettivo e visionario, capace di trasportare in una rarefatta atmosfera da brughiera inglese, a Shut Eye più energica e scandita da un tamburellare di mani e piedi, sembra quasi una filastrocca il ritornello portato avanti in un’incessante ripetizione You’ve should got a better bed, better for your head, better heads need shut eye. Netti richiami ai Radiohead in Rearrange e caldi squarci alla Beach House in Gold. Genevieve, uno dei due singoli estratti, ci piace: è frizzante, pronta da ballare o canticchiare sotto la doccia, non lascia dubbi sull’allegria del pezzo. Lo stile delle tre novelline della musica dreampop è una miscela di allusioni al vintage, ma soprattutto ai “fabulous ‘70”. Psichedeliche White Lies e Circles, mentre Shark Song imperniata su chitarre e voci rimane il miglior esempio di folk ballad. Scoppiettante è invece Liven up, magica ed accompagnata da tastiere giocattolo, ma ancora più briosa è Tangled up in Stars, che sembra perdere la propria linea guida sul finale in un’allucinogena apertura verso un mondo parallelo. Quasi superflua Bear Tacks la traccia di chiusura di più di nove minuti che impazza in pieno stile Stealing Sheep senza freni, sembra essere una sorta di riassunto di questo disco, ma non di certo necessario. Vedremo cosa sapranno fare queste pecorelle rubate al loro secondo album, le potenzialità ci sono.

(02/12/2012)

Commenta
Ilaria Del Boca
Ilaria Del Boca