[REVIEW] St. Vincent – St. Vincent

Scheda
Rispetto al genere
8.0


Rispetto alla carriera
9.0


Hype
8.0


Voto
8.3

8.3/ 10

di Simone Brunini

142_1StVincent_WLR_1Per St. Vincent questo poteva (e per alcuni doveva) essere l’album della definitiva conferma, infatti dopo il buonissimo risultato uscito dalla collaborazione con David Byrne, alla piccola Annie non restava che dimostrare di avere appreso dal maestro come indirizzare il suo indubbio talento e di aver trovato ancora più coraggio nei suoi mezzi. E’ con queste grandi aspettative che esce St. Vincent, l’album omonimo della cantautrice americana.
Già partendo dalla copertina si avverte un primo cambiamento: sembrano lontani anni luci i dischi dove compariva con il suo visino acqua e sapone, qui la nostra eroina siede sul suo trono di regina del panorama indie,che con grande femminilità lascia trasparire chiaramente una presa di posizione più aggressiva e coraggiosa, un modo di porsi che la signora Clark non era avvezza ad usare in passato. Il disco si apre come meglio non poteva: Rattlesnake è un brano fantastico, con poderosi riff post-punk a confondersi fra spari laser e la dove la parte vocale fa da malta al tutto in modo a dir poco incredibile. Come era stato per gli altri lavori di St.Vincent anche questo è un cocktail degli stili musicali che Annie predilige e fra i quali si destreggia magnificamente, dimostrando ancora una volta le sue qualità di pluri-strumentista, che ha il coraggio di mettersi in gioco, tentando sempre sperimentazioni nuove.
La suo voce è gestita magistralmente in tutto l’LP passando dai toni più dolci al limite del sospiro arrivando, dove serve, ad essere graffiante e impetuosa nella sua interpretazione. Birth in Reverse  è un chiaro esempio di un pezzo ritmato, dove traspira tutta l’energia, condita con quel pizzico di irriverenza necessaria al tema trattato. Mentre in Prince Johnny e I Prefer your Love soni i toni caldi e la dolcezza a farla da padrone, mettendo in evidenza la capacità di quest’artista di rendere credibile la sua vulnerabilità in queste interpretazioni. Il brano più lavorato del disco è sicuramente Psychopath dove è evidente l’enorme stratificazione di suoni, che vanno a sommarsi l’uno sull’altro in un crescendo finale, se infatti la prima parte è quasi vuota ed elementare, è dopo il riff di una gracchiante chitarra che il synth inzia ad essere accerchiato da vocalizzi, archi in un vero e proprio cocktail di suoni ed emozioni.

In definitiva, questo non sembra un punto di arrivo della cantante di Tulsa, ma il punto di partenza della seconda parte della sua carriera. Smontati ormai tutti i dubbi sulla qualità del suo talento, possiamo ritenere terminato il periodo di apprendistato e non possiamo far altro che goderci questo suo ultimo lavoro in attesa di gustarcela, magari dal vivo, sicuramente nei prossimi album che verranno.

(10/04/2014)

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Simone Brunini
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