Speck Mountain – Badwater

Scheda
Rispetto al genere
6.5


Rispetto alla carriera
7.0


Hype
7.0


Voto
6.8

6.8/ 10

di Giacomo Dalla Valentina

Speck Mountain 2

Nel panorama artistico e musicale possono essere identificate due fondamentali categorie di artisti: da una parte ci sono quelli che, spinti dall’esigenza di non deludere un pubblico particolarmente esigente o magari proprio dall’indifferenza verso il mercato, non si stancano mai di evolvere e sperimentare dando alla luce lavori sempre diversi, tra i quali però è spesso possibile trovare un filo conduttore che li rende riconducibili alla medesima paternità artistica; e coloro che, una volta trovata la formula vincente, vi si adeguano, senza più correre il rischio di avventurarsi verso orizzonti ignoti e potenzialmente troppo difficili da raggiungere.
Gli Speck Mountain, al loro terzo album, dimostrano di appartenere a quest’ultima categoria di musicisti: non eclettico, non imprevedibile, non rivoluzionario, il quartetto di stanza a Chicago, IL ha però avuto il merito di raccogliere gli spunti del dream pop e dello slowcore d’inizio anni ’90, dandogli una sistemazione artistica molto solida e di notevole eleganza.
Infatti in Badwater, che può essere visto come una summa della band, i due elementi chiave che costituiscono l’impianto espressivo della loro musica (da una parte la voce languida di Marie-Claire Balabanian e dall’altra i ruvidi riff di chitarra del compagno Karl Briedrick) si ripetono fluidi, intrecciandosi e rimbombano come echi, dando l’impressione di trovarsi galleggianti nello spazio, in assenza di gravità.
Maestri evidenti ed indiscussi sono ovviamente band come i Galaxie 500 e, ancora di più, i Mazzy Star di Hope Sandoval, le cui movenze dream pop sono oggi in un periodo di grande spolvero, come dimostra l’inaspettato (ma meritato) successo dei Beach House, rispetto alla musica dei quali gli Speck Mountain però si discostano, preferendo melodie più marcatamente rock, rifuggendo l’uso dell’elettronica e cercando di colpire l’ascoltatore dritto al cuore. Il quartetto americano crea così una creatura musicale sicura di sé, facilmente accessibile e dal notevole potere evocativo: Badwater svela subito le sue migliori carte nella prima metà dell’album, nella quale sono celati i pezzi migliori.

Speck Mountain

Separato dal resto dell’album dalla strumentale Coldpoint (la cui melodia limpida, quasi astrale, fa pensare all’esordio dei londinesi The Xx), il trittico Caught UpFlaresSlow So Long è effettivamente magnifico: dal ritmo avvolgente della traccia d’apertura, calamitati dai c’mon, c’mon di Flares si giunge finalmente a Slow So Long, la vera perla di Badwater: il perfetto cocktail di atmosfere eteree, chitarre la cui aggressività è soffocata, bassi cullanti e psichedelia d’altri tempi.
Dopo Coldpoint, il groove si ripete per quasi mezz’ora, senza mai scadere in banali melodie ma senza nemmeno decollare: le tracce scorrono, inducendo l’ascoltatore a chiudere gli occhi e lasciarsi trasportare verso gli enormi e desolati paesaggi americani che sembrano evocare, fatti di distanze incolmabili e solitudine infinita.
Tutto è mantenuto in perfetto equilibrio, la cui rottura -mai effettivamente neanche paventata- potrebbe portare tanto a creare qualcosa di ancora più grande, quanto alla perdita dell’eleganza così difficilmente costruita: perchè, allora, rischiare?

(06/02/2013)

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Giacomo Dalla Valentina
Giacomo Dalla Valentina

Piemontese di nascita, milanese d'adozione, studio giurisprudenza @ Statale di Milano. Appassionato lettore e collaboratore di OUTsiders.