[REVIEW] Soviet Soviet – Fate

Scheda
Rispetto al genere
8.5


Rispetto alla carriera
9.0


Hype
9.0


Voto
8.8

8.8/ 10

di Simone Picchi

Soviet SovietRiflettersi in un passato glorioso per trasportarlo in un presente non vissuto come tale. A riportarci nell’età dell’oro del post-punk ci pensano gli italiani Soviet Soviet con un disco di debutto, arrivato dopo vari ep ed esperienze positive in giro per l’Europa, che li porterà in un minitour negli States. Con una produzione a dir poco perfetta, le dieci tracce che compongono il lavoro scavano a fondo di un genere/non genere capace più di tutti di far vibrare la psiche umana in tutte le sue sfumature.

Sin dalle note dell’opener Ectsasy ci ritroviamo catapultati nell’Inghilterra dei primi anni 80, accompagnati da una batteria sincopata mai doma ed un basso dal suono cupo ed intenso. Uno dopo l’altro escono fuori tutti gli stilemi classici, tra bassi corposi e spietati (Hidden) e riverberi in chitarre taglienti come lame di coltelli (Further). Se 1990 insieme alla mefistofelica Together presentano il lato più dark e gothic della band originaria di Pesaro, non possono mancare episodi che si fanno largo nell’oscurità onnipresente, presentando un’anima di speranza ovattata, come nel caso della finale Around Here e dell’animata No Lesson. La voce particolare di Andrea Ferri, a metà tra quella psicotica di Johhny Rotten versione P.I.L.  e quella di Peter Murphy nei Bauhaus meno cupi, calza a pennello con una produzione ricercata e degna di una major.
Un lavoro vibrante senza nessun calo, nessun momento nel quale rifiatare. I difetti delle nuove leve dell’ondata revival degli ultimi anni passano attraverso una banale omologazione spersonalizzata data da un rapporto più cerebrale che “sentimentale”, che si perde in un’emulazione fine a se stessa, allontanandosi dalla vera anima del fenomeno post-punk e new wave in generale, ma questo non è il caso dei Soviet Soviet. Niente di nuovo sotto il sole, i nostri non inventano nulla con questo Fate, ma come i maestri del genere ci accompagnano lontano dalla realtà con la loro musica e allo stesso tempo rimangono incredibilmente ancorati ad essa, perchè – come suggerisce il titolo della canzone – il mondo reale è Something You Can’t Forget.

 

(17/11/2013)

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Simone Picchi

Studente di Scienze politiche a Messina, collaboratore recensore/reporter/intervistatore/factotum.