Soulcè e Teddy Nuvolari – Sinfobie

Scheda
Rispetto al genere
8.5


Rispetto alla carriera
8.5


Hype
8.5


Voto
8.5

8.5/ 10

di Paolo Angeletti

Soulcè e Teddy Nuvolari, due nomi nuovi, un disco d’esordio e i soliti pregiudizi verso le nuove leve, 4 minuti per vedere i pregiudizi sgretolarsi dopo l’intro. Sin-fobie, assenza di paure e allo stesso tempo paura delle sinfonie, un neologismo, spiegatoci dallo stesso Soulcè, che promette bene.
Tra rap, jazz, soul e cantautori, prende forma un disco che sarebbe riduttivo definire secondo i canoni di un solo genere, tanto quanto sarebbe riduttivo recepire i testi solo come canzoni; i testi di Soulcè infatti, si districano tra le melodie di Teddy Nuvolari in maniera innovativa, lontana dallo stereotipo della canzone rap, lontana da quel parlare senza dire che spesso caratterizza troppi minuti all’interno dei dischi; l’intensità delle emozioni che Soulcè vive e trasmette, le sensazioni e i ragionamenti, uniti a una capacità di scrittura invidiabile fanno sì che molti testi del disco possano essere ugualmente apprezzati anche semplicemente leggendoli, come brani in rima o in prosa.

La prima cosa che si percepisce facendo partire il disco è la peculiarità del sound: la voce di Soulcè riesce a unire la schiettezza del rap all’espressività del cantautorato, mentre l’esperienza teatrale del giovane ragazzo di Ragusa emerge ovunque, sale in cattedra appena possibile, come nel prezioso monologo introduttivo, Abat-Jour, finge di nascondersi nei pezzi più vicini al rap classico come la title-track Sinfobie, ma resta un tutt’uno col flow di Soulcè in tutti i pezzi del disco, risultando una componente inscindibile e necessaria alla composizione di ogni traccia.
Questa attitudine al microfono di Soulcè è più unica che rara e viene difficile associare il suo modo di cantare a quello di altri artisti, se non, forse, al cantautore Mannarino, da lui anche omaggiato in Giovanni grida solo per la via. In ogni caso la presenza massiccia del rap allontana Soulcè anche dal cantautore romano, concedendo al giovane “cantattore” il lusso di avere, orgogliosamente, uno stile personale e unico, cosa non da poco.

Un disco d’esordio dicevamo, ma che sorprende per maturità, serietà e cura; ridotti al minimo i tratti acerbi che viene naturale aspettarsi da due esordienti, resta spazio per canzoni ragionate, senza azzardo poetiche e, soprattutto, mai banali, ricche di concetti intelligenti ed emozioni “scritte” tra voce, parole e musica.
Gli argomenti sono molteplici, spesso anche all’interno dell stessa canzone, tanto che più tracce non presentano un unico nucleo tematico, ma vedono le parole di Soulcè rincorrersi saltando da un concetto all’altro con grazia estrema. Questa pluralità di tematiche, tuttavia, non toglie coerenza al disco, che, anzi, si dimostra uno dei più omogenei fra quelli pubblicati ultimamente; il susseguirsi di immagini, sensazioni e ragionamenti più o meno astratti si sviluppa in maniera molto simile all’onirico flusso di coscienza di Dargen D’Amico in Nostalgia istantanea, permettendo quindi all’ascoltatore di perdersi tra le parole e apprezzarle talvolta anche solo per il piacere di ascoltare. Dettaglio che tuttavia non è da confondere per nessun motivo con una predominanza della forma sul contenuto, sospetto sfatabile estraendo assolutamente a caso 3 minuti qualsiasi dal disco.

Il disco comunque, a differenza di Nostalgia istantanea, non si presenta come un unico flusso di coscienza e diverse canzoni sono incentrate su un argomento preciso, pur spaziando comunque spesso, seguendo i voli pindarici caratteristici dello stile di scrittura di Soulcè; così passiamo dalle immagini di Abat-Jour, alla commovente vita del Pupazzo di ruggine, attraversiamo scampoli della vita del pianista sull’oceano in Novecento e respiriamo gioia e nostalgia fra le piccole cose che rendono la vita degna di essere vissuta in Manhattan.
Verso la fine del disco, dopo Figli delle statue, pezzo sulla falsa riga di Figli delle stelle di Alan Sorrenti, con i sempre più convincenti Smania Uagliuns, troviamo uno dei pezzi più poetici, Araba scalza (Non Morire Per Punirmi), immagini ed emozioni di una storia d’amore tanto comune quanto unica, che lasciano poco da aggiungere se non i giri di tromba nel finale, senza più una parola, senza più parlare.

Strumenti veri accompagnano questo viaggio musicale, atmosfere allegre, cupe, nostalgiche vengono tracciate da Teddy Nuvolari sotto le parole di Soulcè, melodie che riescono a catturare l’ascoltatore senza mai annoiarlo, mentre jazz, soul e blues spuntano dietro ogni nota.
Un lavoro speciale anche per l’incredibile integrazione tra parole e musica, che insieme creano una misteriosa e coinvolgente atmosfera teatrale e trasportano l’ascoltatore fuori dal contesto del cd musicale, dentro un libro, una commedia e un concerto, in un luogo astratto che si dissolve alla fine dell’album, ma il cui ricordo resta ben impresso nella memoria.
E dopo questo disco chissa se sogni, no, chissà che sogni che sai fare. (cit. Soulcè)

(21/07/2012)

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Paolo Angeletti
Paolo Angeletti

Redattore. Studente di Sociologia all'università di Torino. Si occupa prevalentemente di cantautori italiani, folk e rap italiano. Contatti: paoloangeletti@outsidersmusica.it