Smoke Fairies – Blood Speaks

Scheda
Rispetto al genere
6.0


Rispetto alla carriera
6.0


Hype
6.0


Voto
6.0

6/ 10

di Lorenzo Goria

Smoke Fairies ancora in studio dopo un solo anno dall’ultimo disco. I fan che le hanno seguite dagli albori della loro carriera rimarranno un po’ confusi di fronte al cambiamento avvenuto nel duo femminile in così breve tempo: le atmosfere incantate e sognanti che il nome del gruppo suggerisce si sono fatte piccole piccole in lontananza per cedere il posto a temi molto più attuali. Infatti è entrato con prepotenza nel mondo delle Fate il tempo moderno, con tutte le difficoltà e le storture che si porta dietro. Ed ecco che Blood Speaks  si popola di tutte le figure tipiche della canzone moderna: figure sole, smarrite, innamorate e senza appigli in una giungla urbana che si riflette nell’ipnotismo degli arpeggi di chitarra. Non a caso il pezzo d’apertura, Let me know, è un folk-rock con sfumature blues, scarno ed essenziale e molto godibile. Difetta però, come tutto il resto del disco, di quella grinta necessaria a far passare il messaggio. Sospeso in un’atmosfera quasi surreale (la copertina dà una grossa mano) l’album sembra ricercare la mancanza di vivacità espressiva, ma la grinta che manca contribuisce solo a renderlo, per ampi tratti, inerte.

Sulla falsariga del pezzo d’apertura il duo inglese racconta storie di vita quotidiana, ben scritte e ben musicate. Infatti, sul versante della scrittura si può dire che Blood Speaks  è pressoché ineccepibile. Ma dal lato più strettamente musicale, è arrangiato in maniera monocorde ed esageratamente pacata: prevalenti gli arpeggi di chitarra pulita, con un violino che fa da accompagnamento. Ma la voluta leggerezza rende il tutto paradossalmente più pesante, senza che ci sia la possibilità di stemperare con un assolo. Le belle voci di Katherine Blamire e Jessica Davies rimangono un cardine della loro musica, ma anche il più grosso limite: leggere come un sospiro, sono adatte a pochi generi, e le Smoke Fairies sono costantemente costrette a cucirsi addosso ogni pezzo che se ne distacchi. Con esiti anche molto buoni come Take me down when you go, che entra in testa e offre due minuti di piacevole folk blues. O molto negativi con Feel it coming near, in cui le chitarre distorte per l’unica volta nell’album sono chiamate a sostenere l’esilità vocale delle due, ma contribuiscono solo a renderlo un pezzo di scarso interesse. Invece, nei momenti più consoni alla loro impronta vocale, si mostrano in quello che sanno fare veramente bene: è così che nasce Daylight, un pezzo malinconico e sognante, interpretato bene e suonato anche meglio. Se tutto il disco fosse stato a questi livelli sarebbe stato molto, molto diverso.

Alla boa del terzo disco, le Smoke Fairies si fanno trovare preparate e affrontano con puntiglio scolastico argomenti importanti e profondi. Lo fanno con una buona cura tecnica e musicale, ma senza la passione che farebbe emozionare l’ascoltatore.

(06/06/2012)

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Lorenzo Goria

Collaboratore poco più che occasionale, studente di liceo classico a Torino e (con ogni probabilità) OUTsider più giovane in circolazione.