Sleigh Bells – Reign of Terror

Scheda
Rispetto al genere
7.0


Rispetto alla carriera
6.0


Hype
6.0


Voto
6.3

6.3/ 10

di Matteo Monaco

La potenza del singolo Infinity Guitars, unita a quella certa aria di sfida, non le si può dimenticare. Sleigh Bells, ovvero il fenomeno mediatico esploso sulle pagine di Pitchfork, provano a dare il colpo di spugna decisivo, dopo le sensazioni offerte dall’esordio Treats. Di per sè basterebbe, come notizia, perchè Sleigh Bells non è certo sinonimo di progetto caleidoscopico, anzi. Il duo Krauss-Miller, più che aprire a nuove vie espressive, si è imposto sulle scene seguendo le più basilari regole del rock’n’roll. Le ballate, con quel retrogusto western di Rill Rill, oppure i finti sperimentalismi rumosisti come una certa Gwen Stefani, nel collage sonoro di Tell’Em, parlano di un gruppo colto e diretto, ma sopratutto radicato in una zona grigia tra il presente e degli ipotetici, allucinati anni ’90 post-grunge. Anche se i risultati di quel lavoro, ottimi, si apprezzano davvero solo quando ci si ritrova tra le mani Reign of Terror. Forse grazie alle atmosfere di delirio collettivo in True Shed Guitar, il sabba chitarristico che avevamo abbandonato due anni fa ritorna con lo smalto dei futuri capolavori. Insomma, quel brivido di quando intuisci un pezzo di Storia che sbuca dalle cuffie. Però con Sleigh Bells non c’è tempo per pensare, si può solo avvertire una violenza che è sempre più forte, dalle urla della Krauss al blast beat di scuola metal. Che sia davvero il Regno del Terrore, è ormai certo. Qualcosa, però, inceppa la macchina da guerra progettata dal duo di Brooklyn.

In primo luogo, appunto, la violenza. La storia del metal è costellata di chitarristi ossessionati dal riff, uno dei pochissimi mezzi per sfuggire alla noia dicotomica dell’hard/soft, su cui si appiattisce buona parte della scena pesante. Sleigh Bells, per quanto ci provino, non saranno mai i Metallica di Kill’em All: non sorprende il sapore stantio, in fondo a questa virata della band. Punto secondo: il ritmo! Reign of Terror sembra letteralmente invaso da una passione per Infinity Guitars (vanità da successo?), tanto da replicarne le ritmiche a supportare ogni melodia. Come se l’inno di We Will Rock You durasse un disco intero, al contrario dei tre minuti che lo rendono insuperabile: semplicemente, è troppo. Never Say Die può essere un sunto di questi dubbi stilistici, mentre non mancano, a conferma dell’incontestabile talento della band, i pezzi forti. Leader of the Pack e Comeback Kid si candidano a possibile testamento musicale, raffigurando le migliori suggestioni partorite da Miller e Krauss: parti di chitarra sferzanti e rallentate, echi e sovrapposizioni al cantato, l’impressione di trovarsi in una fiaba psichiatrica da autoradio. D’altra parte, chi sta seduto a criticare non si diverte mai troppo: bastano due inviti del genere, però, e di critici non ce ne saranno molti.

http://youtu.be/ZXP4Rhu5pJo

(19/02/2012)

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Matteo Monaco

Fondatore e collaboratore permanente di OUTsiders. Scrivo per Tagli, dopo aver collaborato con Però Torino e Ondarock.