Sleigh Bells – Bitter Rivals

Scheda
Rispetto al genere
6.0


Rispetto alla carriera
5.0


Hype
5.0


Voto
5.3

5.3/ 10

di Matteo Monaco

sleigh-bells-articleSe qualcuno avesse mai voluto chiedere – o anche solo pensare a – un incrocio meticcio tra i vocalizzi svenevoli di Jennifer Lopez, le psicotiche dinamiche dubstep e un’architettura chitarristica nu-metal, la risposta è arrivata tre anni fa. L’album era Treats, le mani strette in questo patto non privo di follia erano quelle del chitarrista hardcore Derek Miller e di Alexis Krauss, in arte Sleigh Bells. Si trattava di un concentrato così dissonante (e provocatorio) di caos e di strofe ammiccanti da riuscire a conquistarsi una dignità a se stante, sopratutto dopo l’aggiustamento del tiro verso lidi più canonicamente alternative avvenuto con l’ultimo Reign Of Terror. Confermando, lungo l’arco di tre album fino ad oggi, che la forza principale del sound di marca Sleigh Bells è in coabitazione con i pruriti della pura e semplice pornografia.

Sì, porno. Perchè se non bastassero le borchie e  le scollature sfoggiate dalla Krauss, Bitter Rivals è collegabile al passato recente da una grinta che ha molto da spartire con il rumorismo tout court e con le derive più provocanti del circo metal che animò la Bay Area. Esagerato, volgare, in una parola tamarro: ma stavolta le sfuriate, riservate alla titletrack e ad una cupa Minnie, non bastano a nascondere sotto al tappeto la polvere zuccherosa che tutto tocca e tutto sporca. La vena pop – quella delle pubblicità di MTV, quella da teenager inquadrati da Converse e Linkin Park –  esonda oltre la solita ironia e si avvicina pericolosamente alla parodia di sè (il fantasma di un’avvizzita Gwen Stefani in To Hell With You, la Young Legends da buttare nel secchio insieme ai cravattini di Justin Timberlake), sporcando di banalità quel sottilissimo filo che riusciva a legare le spinte electro-hardcore con il cantato patinato della Krauss. A salvarsi, in un’odissea sonora senza lieto fine, sono ancora i nevrotici patchwork pop-metal di You Don’t Get Me Twice e la sortita danzereccia in un’immaginaria Gotham City di Sing Like A Wire.
Poco, per chi aveva sperato in un incantesimo notturno che resistesse alla lunga distanza. Poco sopratutto per chi – come loro – del porno aveva saputo fare un’arte.

(11/10/2013)

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Matteo Monaco

Fondatore e collaboratore permanente di OUTsiders. Scrivo per Tagli, dopo aver collaborato con Però Torino e Ondarock.