Slaughterhouse – welcome to: Our House

Scheda
Rispetto al genere
7.0


Rispetto alla carriera
7.0


Hype
7.0


Voto
7.0

7/ 10

di Lorenzo Li Veli

Unire quattro teste di artisti diversi, ciascuno con le sue peculiarità e le sue stranezze, parlanti lingue differenti (in ambito musicale), è un progetto ambizioso e spericolato. Di contro, però, è innegabile il lato positivo della faccenda: più idee, anche diverse, possono confluire nella stessa direzione, pur con varie sfumature, dando vita a un successo. Molti progetti altisonanti, con l’obiettivo dichiarato di unire più personalità diverse, sono naufragati in un mare di litigi e incomprensioni (The Firm dice qualcosa?). Non è il caso, però, degli Slaughterhouse: quattro mc tra i più valenti e, al tempo stesso, sottovalutati: Royce da 5’9”, Crooked I, Joell Ortiz e Joe Budden, con, nelle retrovie, la supervisione di Eminem.
La prima prova omonima, datata ormai 2009, non era andata granchè bene: dalla forma non ben identificata, con troppi ed eccessivi tecnicismi, sembrava più un’accozzaglia raffazzonata di strofe senza contenuto, che un prodotto coeso e ben pensato. Una delusione cocente per chi è ritenuto, a buon diritto, tra i migliori liricisti rimasti in questo rap game asettico. Per questo, attorno al secondo tentativo, Welcome to: Our House, aleggiava un’aria di mistero e dubbi: riusciranno i quattro prodi a trovare la quadratura del cerchio, tramutandosi in un vero gruppo, oppure regaleranno un altro prodotto insipido dopo un esagerato carico di attese? Ascoltando Welcome to: Our House, fortunatamente, i dubbi si dissolvono in fretta. Certo, nulla di miracoloso, ma il passo falso dell’esordio è ampiamente lasciato alla spalle. I quattro sono in forma e dimostrano una coesione che raramente era capitato di notare in passato: è finalmente scattata la scintilla decisiva, quel quid che era sempre mancato per la definitiva consacrazione corale. My life, per i più anziani nostalgici della dance italiana anni ’90, è un toccasana, con un Cee-Lo ciliegina sulla torta al ritornello. Manca, in verità, il vero crack, la canzone che svetti su tutto: il livello è discreto, ma estremamente livellato, senza alcun picco degno di rilevanza. Ci prova Goodbye, ma manca il giusto mordente, mentre Coffin con Busta Rhymes è un incredibile esercizio di stile, ma decisamente effimero.
Welcome to: Our House è un deciso passo avanti rispetto al precedente, un album che rispetta a pieno tale definizione. I quattro sono riusciti a trovare una coesione che ci auguriamo possa continuare in futuro: ad oggi sono il collettivo che promette le rime più devastanti al microfono e sarà così ancora per molto.

(04/09/2012)

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Lorenzo Li Veli
Lorenzo Li Veli

Caporedattore e gestore della sezione black music. Studente della magistrale di Ingegneria Energetica @ Politecnico di Torino