Sigur Ros – Valtari

Scheda
Rispetto al genere
7.0


Rispetto alla carriera
7.5


Hype
7.5


Voto
7.3

7.3/ 10

di Redazione

di Marco Marzolla – Dove sono finiti il dream pop sognante e il post rock sinfonico? Dov’è finita la malinconia gioiosa di Jònsi? Semplice, sono stati congelati, per gran parte dell’album, in un ghiacciaio islandese, fatto di gelidi sintetizzatori e di fredde grotte di delay. Ogni strumento, perfino la voce, sembra inesorabilmente attratto in un vortice, al cui centro si trovano Nico Muhly, Brian Eno e Robert Wyatt. Certo, Jònsi raggiunge sempre note inarrivabili per chiunque sia dotato di genitali esterni maschili, ma la voce non ha, quasi mai, la carica emozionale raggiunta nel suo splendido album solista “Go Do”. L’album fa bruscamente virare il suono del gruppo verso l’ambient e addirittura, a tratti, il dark ambient. Tutti gli strumenti infatti sono amalgamati e filtrati in un “wall of sound” veramente solido e spesso anche molto piacevole. Si sentono suoni lontani di mellotron che si mescolano in continuo mutare con synth ed organi, posati su solide fondamenta molto essenziali di basso cupo. Su questo tappeto saltellano eterei suoni di chitarre filtrate al contrario, note minimali di piano Fender e ovviamente (anche se troppo raramente) gli acuti dell’elfo Jònsi. Unica pecca a queste fantastiche premesse sono la mancanza di linee solide e di effetto di batteria (presente solo in alcuni brevi punti, ovviamente filtratissima, con un groove ridotto all’osso, spesso semplicemente limitata a marcare gli accenti). Si forma cosi uno strano impasto sonoro, in cui Music for airports di Eno/Wyatt e Evening star di Eno/Fripp si mescolano con i Balmorhea e l’ambient del binomio Bowie/Fripp, lasciando trapassare da questa trama fitta alcune brevi esplosioni emotive di archi, tipiche del gruppo (nella prima parte dell’album, soprattutto). Il tutto viene impreziosito dal massiccio uso di delay, phase e qualsiasi altro tipo di artificio elettronico esistente da qui all’ Islanda. L’ultimo album dei Sigur Ròs è un album che lascia favorevolmente perplessi. Si percepisce, infatti, una sorta di volontà di rinnovo del genere, che rimane però marcatamente imbrigliata nell’ evidentissimo richiamo ad una tradizione ambient ormai codificata da molto tempo dai grandi maestri dell’elettronica sperimentale del passato.

(04/06/2012)

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