Shit Robot – From the Cradle to the Rave

Scheda
Rispetto al genere
5.0


Rispetto alla carriera
7.0


Hype
8.0


Voto
6.7

6.7/ 10

di Matteo Monaco

Il 20 settembre 2010 si consuma l’affaire DFA. Con anni di ritardo rispetto alla media dei colleghi Dj, Marcus Lambkin ai primi di settembre consegna le nove tracce di “From the Cradle to the Rave” agli amici della casa di produzione. È la fine di un “complotto” ordito dal James Murphy degli LCD Soundsystem insieme a Tim Goldsworthy, per trovare una breccia nel perfezionismo dell’amico Lambkin. Un perfezionismo, croce di molti produttori di elettronica, che stava impedendo da lungo tempo l’uscita del disco,  in un rincorrersi di correzioni e ripensamenti. Niente di più lontano dalla realtà: l’esperienza di Mr Shit Robot dietro ai mixer, la curiosità per gli albori della dance e la coabitazione con i migliori talenti della DFA sarebbero stati  un biglietto da visita più che sufficiente.

Per di più, questo non è solo l’album di un grande esecutore live. I pregiudizi che volevano “From the Cradle to the Rave” come una tappa forzata, dettata dalla fama di un Dj che non poteva non avere una voce nel catalogo, si sono dissipati in fretta. Costruito, nel vero senso della parola, con precisione svizzera, il disco rivela dalle prime battute una doppia anima ricca di fascino. Da un lato l’ordine e l’ossessione per le finiture, che assembla le influenze più diverse in una forma credibile e coerente, dall’altro le ispirazioni multi-orientate di Lambkin, il quale confessa di aver scritto musica per combinare la sua giovanile passione per il punk con l’algida meccanica dei ritmi elettronici. Già, come i Killing Joke dei nostri anni ’10.

Eppure il lavoro di Shit Robot è più complesso di quanto voglia far credere. I rumorismi di quella punk-wave alla quale si riferisce Lambkin, conditi più dalla rabbia che dalla tecnica, non trovano spazio in “From the Cradle to the Rave” allo stesso modo delle sirene pop alla Hot Chip. Al posto della copiatura si parla di rimescolamento, e invece di trovare il tormentone si ascolta un affascinante tessuto di idee minori. È ironico pensare ad Alexis Taylor degli Hot Chip, voce in “Losing My Patience”, mentre ripercorre all’indietro i passi della sua carriera, dal dance-pop di oggi alle coraggiose sperimentazioni di “The Warning”.

Dopo le lodi di NME, giungono quelle più recenti di Pitchfork. Per i suoni frastagliati, le melodie che colpiscono al momento giusto, per la capacità di cambiare tono e umore da un pezzo all’altro. Nessuno che lo ringrazi semplicemente di non aver lasciato questo disco chiuso a doppia mandata nel cassetto di una scrivania.

(23/09/2011)

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Matteo Monaco

Fondatore e collaboratore permanente di OUTsiders. Scrivo per Tagli, dopo aver collaborato con Però Torino e Ondarock.

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