Self Spiller – Worms In The Keys

Scheda
Rispetto al genere
8.5


Rispetto alla carriera
9.0


Hype
7.0


Voto
8.2

8.2/ 10

di Alekos Capelli

Worms In The Keys è il debutto ufficiale dei Self Spiller, collettivo avantgarde/experimental metal composto da personalità come Jason W. Walton  e Don Anderson (Agalloch), Andy Winter (Winds, Age Of Silence), Mirai Kawashima e Dr. Mikannibal (Sigh), Marius Sjøli (Formloff) e Robert Osgood (Hollow Branches). La globalità dei passaporti coinvolti fa il paio con la trasversalità del loro curriculum artistico, condizione necessaria e sufficiente per l’ideazione e la concretizzazione di una proposta così eterogenea e poco standardizzabile. Prodotto attraverso vari mezzi, in diversi spazi e tempi (fra Portland, Oslo, Tokyo, Seattle e Chicago), il progetto Self Spiller, pur prendendo le mosse da un retroterra estremo, fatto di black metal (SKITE), post-core e ambient, risulta (to)talmente personale e non allineato, nella libera giustapposizione dei suddetti elementi in fase compositiva, tanto da rappresentare di fatto una genuina traduzione del termine avanguardia. Come si evince sin dai primi minuti di Folds Of Skin To Lay, il disco in questione è incredibilmente denso, di strumenti, arrangiamenti, profondità tematica e simbolica, caratteristiche che, lungo il suo intero svolgimento, si dipanano in sentieri spesso imprevedibili, a volte impervi, ma sempre e comunque motivati da un modus componendi lucido e molto pragmatico. In ambito rock si è soliti associare la libera sperimentazione a certe sbrodolate prog, ma, nel caso dei Self Spiller, l’approccio di base sembra più vicino al free-jazz di colemaniana memoria, dinamico, conciso e dritto al punto. La seguente Like Three Asps è piuttosto chiara, in questo senso, grazie al suo sviluppo mutevole e schizoide, nel quale i fiati hanno decisamente un ruolo prominente, nel ribaltarne l’incipit ambient, in modo simile da quanto fatto a volte dai Sigh. La fondamentale lezione di Zappa, e anche in parte di un certo Zorn, è ben percepibile nei meandri contorti ma appassionanti dell’intera opera (Therefore I Worship), che scorre liberamente, senza soluzione di continuità, come in un unico e inarrestabile flusso di coscienza musicale, nel quale la perdita di riferimenti e categorie è una certezza, alla quale abbandonarsi con fiducia, per (ri)trovarsi diversi (forse Strong But Damaged), una volta giunti alla fine. Worms In The Keys è in buona sostanza un progetto che ha certamente moltissimo da offrire all’orecchio attendo di chi saprà gestire il relativo shock di una proposta di non semplice catalogazione e fruizione, e fa dei Self Spiller una delle più interessanti realtà del panorama contemporaneo estremo (un aggettivo per una volta inteso non solo come distorsione e  aggressione).

(29/09/2012)

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Alekos Capelli
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