Scott H. Biram – Bad Ingredients

Scheda
Rispetto al genere
7.0


Rispetto alla carriera
7.5


Hype
7.5


Voto
7.3

7.3/ 10

di Davide Agazzi

Vecchio e sporco, così ama definirsi Scott H. Biram, texano one man band dal baffo d’acciaio, che nel 2003 sopravvisse ad un terribile incidente, procurandosi fratture in tutto il corpo. Biram ha continuato a suonare, con qualche pezzo di metallo nel corpo, infischiandosene dei medici, pensando solamente alla sua fedele Gibson del ’59. Prima sulla sedia a rotelle, poi perfettamente riabilitato per ripercorrere la grande tradizione della musica americana, senza proporsi come geniale innovatore, ma come pregiato tassello nel mosaico d’oltreoceano. La sua è una ricetta che funziona, che si fa ascoltare senza pretese, diretta e facile da cucinare. Tra i suoi tredici ingredienti c’è un po’ di tutto, dalle fresche ballate imbevute di whiskey, alle passeggiate blues in riva al Missisipi, fino al punk e all’hard rock. Si comincia piano con l’acustica Just Another River, per svoltare immediatamente pochi minuti dopo, quando Biram si toglie i panni del Dylan di turno per vestire quelli del Lemmy più incazzato. Certo, dietro a questo lavoro solista c’è sempre un’impronta chiara, figlia del lavoro insieme a Jerry Tub (Johnny Cash), a volte distorta dalle frequenze di un amplificatore dilaniato, a volte spremuta in salsa western (Open Road). I richiami sono tanti, dalle fughe di Otis Taylor e del suo Nemico Pubblico, il film con Johnny Depp nel ruolo del fuorilegge Dillinger, al Muddy Waters più triste e sincero.Biram poi evidenzia sempre buon gusto e savoir faire, intitolando la canzone più romantica dell’album Broke Ass e scrivendo sul proprio sito, Buy My Shit, riferendosi ai propri dischi. Davvero niente male per uno che ha voluto girare il proprio singolo direttamente dallo sfasciacarrozze (I Want My Mojo Back), per chi non avesse ancora capito con chi si ha a che fare. Schietto ed ironico, il suo passato da chitarrista punk e rockettaro vero rimbomba forte sulle note di Wind Up Blind, per poi perdersi nel blues di Lightin’Hopkins, visceralmente riprodotto nella cover di Have You Ever Loved Your Woman? La ricetta funziona, suona bene, diverte, ma certo non stravolge un panorama tanto vasto, quanto già sentito.

(27/02/2012)

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Davide Agazzi
Davide Agazzi

Giornalista pubblicista, scrive per La Repubblica e perde il suo tempo ascoltando dischi che agli altri non piacciono. Appassionato di distorsioni psichedeliche, contaminazioni balcaniche e vecchiume affogato nel whisky.