Savages – Silence Yourself

Scheda
Rispetto al genere
8.0


Rispetto alla carriera
8.0


Hype
8.5


Voto
8.2

8.2/ 10

di Ilaria Del Boca

The band Savages, from left: Fay Milton, Jehnney Beth, Gemma Thompson, Ayse Hassan

La scena new wave e post-punk ultimamente è tornata a ritagliarsi lo spazio che occupava negli anni ’80, anche se le variazioni e i plagi non sempre vantano ottimi risultati. I nostalgici penseranno che sia solo l’escamotage di una manica di produttori “hipster” che cerca di soddisfare un pubblico di “hipster”, ma la realtà è ben diversa, ci sono sfumature che non sempre appaiono evidenti, colpevoli in alcuni casi i media. Quello che è sicuro è che le quote rosa ci sono in questo campo e viaggiano nella fattispecie in gruppo, l’unione fa la forza, lo si sa.
Savages è l’esempio di come tecnica e dedizione possano sposarsi perfettamente con l’animo femminile, caratteristiche che solitamente vengono attribuite a virtuosi musicisti, rigorosamente uomini. Il quartetto in bianco e nero che vediamo nella copertina di Silence Yourself, album d’esordio della band londinese, ricalca l’identikit di giovani donne dall’aspetto androgino, sguardi seri e torvi, dietro cui si celano realtà profonde e pure. C’è chi le ha già nominate eredi dei Joy Division e chi ha paragonato la voce di Jehnny Beth, “frontwoman” della formazione, a quella di Siouxie Sioux o Karen O, ma forse è ancora troppo presto per caricarle di onori ed oneri. Le Savages sono crisalidi appena uscite dal bozzolo, che dopo aver dato indicazioni ben precise, vietando l’uso di instagramizzare i loro spettacoli, rimangono solo con rabbia, sudore e chitarre a suonare. Una platea moderna, abituata a registrare ogni evento, non sa più veramente godere dei suoni e delle immagini che vede, è solo alla ricerca del filtro migliore: Silence Yourself è anche questo, un incentivo a guardarsi dentro, a ritrovare la concentrazione chiudendo gli occhi e a liberare la mente dalle distrazioni.
Shut up, silenzio in sala, fiato sospeso, è una voce di donna a riempire gli spazi tra gli accordi di basso e chitarra, è un vulcano pronto ad esplodere in colate laviche roventi. Prima di naufragare nelle tenebre e riemergere in superficie le Savages hanno mescolato silenzi e rumori in un calderone bollente e mandato giù l’intruglio ancora caldo, il risultato è una canzone come I Am Here che parte con lentezza, i colpi della batteria scandiscono un pensiero sempre più ossessivo e le note rapite in un vortice sonoro incalzano il ritmo, ma velocemente estraniano.
Non ci sono più cuffie, clacson, suonerie, jingle pubblicitari, potrete allontanarvi, sospendere il giudizio e camminare liberi di capire se è arrivato il momento di perdervi oppure di sondare il terreno e ritornare sui vostri passi. Silence Yourself insegna a riflettere sull’azione singola, nelle undici tracce che incontrerete troverete brani come Dead Nature, che nelle angoscianti presenze di una casa disabitata, nei fruscii e nei rintocchi di un orologio a muro rivela un’autentica musicalità o ancora She Will e Husbands, più facili da interiorizzare, ripetitive e graffianti, per non parlare delle analogie con l’irriverenza e l’energia delle Long Blondes in No Face e City’s Full. Arrivati all’ultima delle undici tracce, Marshal Dear, assistiamo ad un cambio di rotta repentino e, abituati a giochi di bravura rapidi e rumorosi, l’atmosfera che si respira appare diversa, illuminata dalla melodia di un pianoforte e un sassofono, nulla è dato al caso.
E adesso lasciate parlare il silenzio, le voci avranno tempo di distruggere tutto.

(13/05/2013)

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Ilaria Del Boca
Ilaria Del Boca