Santigold – Master Of My Make-Believe

Scheda
Rispetto al genere
7.5


Rispetto alla carriera
7.0


Hype
7.5


Voto
7.3

7.3/ 10

di Lorenzo Li Veli

Il tornado Santigold aveva dato nuova linfa vitale, nel lontano 2008, alla musica sperimentale, con il suo stile singolare che univa hip hop, elettronica, new wave e sonorità più pop. Il disco omonimo, ancora con la dicitura Santogold, era stato un successo. Nel 2012 è il turno del sophomore album Master of My Make-Believe, il secondo album che, come ricorda Caparezza in una canzone, “è sempre più difficile, nella carriera di un artista”. Aspettative, credenziali, attesa del pubblico, tutto può contribuire a schiacciare l’anima artistica di un cantante. La storia è piena dai musicisti cosidetti one-hit-only, che dopo il successo d’esordio scompaiono inevitabilmente (basti pensare, per restare in ambito rap, a Coolio: dopo Gangsta Paradise, il nulla). Santogold, inoltre, deve anche combattere contro un “nemico” più subdolo: l’accusa di aver preso eccessivamente dalla ben più famosa e più brava M.I.A. (non ce ne vorrà Santigold, ma M.I.A. è decisamente su un altro livello). Critica, questa, decisamente infondata, e basta analizzare le discografie delle due cantanti per accorgersene.
Ma ritorniamo all’oggetto del discutere, ovvero Master of My Make-Believe. Si può affermare subito che il rischio di fallimento è scongiurato. L’ampio caleidoscopio di suoni presenti rispecchia la vasta gamma di musicisti chiamati a lavorare su quest’album: i dj Switch e Diplo, il rapper/produttore Q-Tip (membro degli A Tribe Called Quest), Nicky Zimmer degli Yeah Yeah Yeahs, David Sitek dell’indie band Tv on the radio. La stessa Santogold prende parte attiva alla realizzazione sonora del disco: si spazia dall’hip hop più patinato (Disparate Youth) al pop influenzato da pesanti contaminazioni elettroniche (This isnt’ our Parade), fino a brani dance (Freak like me). Insomma, ce n’è per tutti i gusti. Il problema, volendo, è Santigold stessa: nel disco manca il quid necessario a definirlo uno dei lavori migliori dell’anno. La cantante ha perso il mordente del primo album, forse perchè è venuta a mancare l’unicità che aveva caratterizzato l’esordio. Basti pensare a Fame, dove la voce dell’artista scompare al cospetto di una base eclettica.
Un passo indietro rispetto al precedente disco, ma un passo avanti per la sua carriera: la strada intrapresa è quella giusta, è necessario solo un piccolo step di crescita artistica e Santigold è pronta per calcare i maggiori palcoscenici mondiali.

(10/05/2012)

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Lorenzo Li Veli
Lorenzo Li Veli

Caporedattore e gestore della sezione black music. Studente della magistrale di Ingegneria Energetica @ Politecnico di Torino