Saba Anglana – Life Changanyisha

Scheda
Rispetto al genere
7.0


Rispetto alla carriera
8.0


Hype
6.0


Voto
7.0

7/ 10

di Eugenio Goria

Un racconto d’Africa bello anche nei suoi lati tristi. Saba in questo disco canta la realtà dell’Africa orientale in un modo poetico e realistico allo stesso tempo, incarnando la voce di una nuova generazione di musicisti che vive il dialogo con la cultura occidentale più che l’antitesi. In Life Changanyisha infatti c’è molto Kenya, ma anche molta Italia, a incominciare da un’autrice che italiana lo è per metà, e per un produttore d’eccezione come Fabio Barovero, noto ai più come la fisarmonica dei nostrani Mau Mau e autore di un elegante disco solista uscito nel 2011. Il disco nasce in seno a un progetto di Amref, la più grande organizzazione medica attiva in Africa, entro il quale Saba racconta luci e ombre di una Nairobi in cui è sempre più difficile incontrare le tracce della tradizione kenyota, soffocata dai resti del colonialismo, dalla droga, dalla corsa a imitare gli occidentali.

Bisogna togliersi dalla testa l’immagine turistica dell’africa, tutta savana, stregoni e musiche tradizionali. Questo sembra essere il messaggio della cantante, che lei stessa, attraverso una musica che ha molto di occidentale, a incominciare dall’uso della lingua inglese, a fianco del somalo e dello swahili. Questa scelta ha infatti un grande valore simbolico, in quanto comprende la lingua maggiormente in uso nella comunicazione a livello mondiale, lo swahili, spesso usato come lingua veicolare in moltissime parti dell’Africa, e il Somalo, lingua madre di Saba. Molto significativo è anche il fatto che il plurilinguismi diventi molto spesso mistilinguismo, nei numerosi brani in cui alle voci dell’Africa si sovrappone un ritornello in inglese, o viceversa: lo stesso titolo Life Changanyisha, inglese misto a somalo, vuole rendere l’idea di questa mescolanza non solo di lingue ma anche di culture, e significa infatti “la vita ci mescola”.

Dal punto di vista musicale, il disco rispecchia quasi sempre sul piano stilistico questo desiderio di rappresentare su più piani la grande eterogeneità della realtà africana, in cui i ragazzini si fanno di colla sintetica per non sentire la fame, e di sicuro, nei ghetti di Nairobi, non è certo la musica tradizionale quello a cui guardano, ma piuttosto il rap americano, o i suoi emulatori africani. Basta ascoltare la title track per accorgersi di quanto pervasivi siano gli elementi estranei alla tradizione africana, ma quanto di Kenya vi sia in questa favola terribilmente attuale, che sogna un essere dagli occhi rossi e dalla pelle verde che non appartiene a nessuna tribù, e guarda dritto al superamento delle lotte tribali che straziano ancora il paese.

Si continua sulla strada già battuta di un african soul che probabilmente piace più in Italia che non in Africa, ma che ha molti lati interessanti che vengono anche dalla partecipazione di ospiti illustri come Thomas Gobena dei Gogol Bordello, Luca Vicini dei Subsonica, Federico Sanesi alle tablas, Rajab Suleyman al qanoun, e i due cori dei Kayamba Africa e delle Bismillahi Gargar. Se un brano come East African women presenta un’ispirazione decisamente più internazionale, James in Dagoretti è il giusto compromesso tra i due mondi, e racconta la storia di uno dei tanti ragazzi che vivono nelle periferie di Nairobi. Molto bella anche la struggente intro di Wambie, che in swahili significa “raccontate loro”, ed è un piacevole diversivo rispetto ai molti brani dal beat decisamente più marcato.

Saba Anglana mostra in questo suo terzo album una bravura non indifferente nel raccontare una realtà bella e drammatica come quella dell’Africa, giocando con la voce, con gli strumenti, con le parole, con le lingue.

(24/03/2012)

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Eugenio Goria
Eugenio Goria

Caporedattore. Scrivo di musica dal 2008 su riviste storiche come "Late for the sky" e "L'Isola". Nel 2010 sono entrato a far parte di Outsiders.