Ry Cooder – Pull Up Some Dust and Sit Down

Scheda
Rispetto al genere
7.0


Rispetto alla carriera
8.0


Hype
8.0


Voto
7.7

7.7/ 10

di Matteo Monaco

Una frase che ricorre nei titoli dei giornali, sulla bocca della gente di strada e negli incartamenti delle stanze dei bottoni. Pare che la crisi, questo spettro che gli esperti agitano come prossimo (o già superato,o chissà), abbia di nuovo inciso con la solita trasversalità sui portafogli, le coscienze e i rapporti di un’intera, inerme società. Con tutta la dovuta cautela, si mormora o si blatera del crollo finanziario del 1929, con un atteggiamento scaramantico che ricorda i costumi dei maghi della Rowling, incapaci di pronunciare il nome del loro nemico giurato. Per fortuna però, c’è chi ama raccontare le cose come stanno, nel modo più semplice. Proprio come nel 1929, è la musica a spodestare le verità dei rotocalchi di informazione, per cantare inter pares le vicende che colpiscono tutti, con una chitarra e un bicchiere di whisky.

Il ruolo dell’autore disobbediente tocca stavolta a Ryland Peter Cooder, noto per le collaborazioni di epoca sixty con Mick Jagger, l’iniziativa Buena Vista Social Club e un riconoscimento non proprio comune: l’ottavo posto nella classifica di Rolling Stone sui 100 migliori chitarristi di sempre. Il bilancio di carriera, che prelude solitamente all’annuncio di pensionamento, non deve fare ipotizzare un calo l’ispirazione, che invece non manca a chi ha frecce amarissime da scoccare.  A 60 anni suonati, la filastrocca disperata di “No Banker Left Behind” è un capolavoro di contrasto tra testo e melodia, con le immagini a scorrere dei fantozziani mega-direttori davanti alle corti di giustizia.

È un’America affranta e spinta dalla rabbia, quella di “Pull Up Some Dust and Sit Down”, alle prese da troppo tempo con le contraddizioni di un sistema corrotto. Come nella migliore tradizione a stelle e strisce, allora, la forza del messaggio incontra le calde trame del blues e la coralità spontanea del gospel, i veri “ferri del mestiere” del vulcanico Cooder. Lo spazio dedicato allle suggestioni cubane e hawaaiane, gli spunti prediletti dell’old man di Santa Monica, è ridotto a zero. Perchè in questo nuovo Far West, e in mezzo ai nuovi fuorilegge, le armi da puntare sono le chitarre dei cantastorie da saloon e le nenie delle piantagioni nere, là dove si è costituita la coscienza della nazione più forte del mondo.

Fino alla proposta da vero rocker: perchè non candidare John Lee Hooker, leggenda del blues e amico di Cooder, alla presidenza degli Stati Uniti? Più di una provocazione a sfondo comico, è durissima satira nei confronti di chi ha smesso di ascoltare gli elettori. Un capitolo non fondamentale in senso strettamente musicale, quanto un interessante panorama dell’orrore  e della voglia di rivalsa occidentali in data 2011. Da sfogliare con gli occhi di un (ex?) ragazzaccio di strada che ne ha viste tante.

(03/10/2011)

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Matteo Monaco

Fondatore e collaboratore permanente di OUTsiders. Scrivo per Tagli, dopo aver collaborato con Però Torino e Ondarock.

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