Ry Cooder – Election Special

Scheda
Rispetto al genere
6.0


Rispetto alla carriera
5.0


Hype
5.0


Voto
5.3

5.3/ 10

di Matteo Monaco

Durante la storia americana si è spesso verificato, a livello politico, un alternarsi di piccole rivoluzioni  e di momenti di stallo. Si parte dal dato che, negli ultimi venti anni, i presidenti sono stati riconfermati fino al limite massimo dei due mandati. Funziona così: da una parte il presidente uscente, icona di una forte presa di posizione passata da parte della nazione, contro uno sfidante che non riesce a promettere una svolta convincente. È successo durante la campagna Clinton-Dole nel 1996 e perfino nella recente disputa Bush-Kerry nel 2004. Un dato che convince non solo paragonando la stazza mediatica di Obama e del suo (dis)atteso programma con il ringhio dello yuppie a 32 denti Mitt Romney, ma proprio constatando come il “patriota all’antrace” Bush abbia saputo difendere la poltrona nello Studio Ovale pur fronteggiando i pronostici negativi.
Tra i fautori di questa tesi, esclusi gli scaramantici repubblicani di questi mesi, manca certamente il nome del menestrello Ry Cooder. Lui, democratico di foggia sessantottina, cappello di paglia e chitarra scordata, alle favole della statistica non ci crede neanche un pò. Anzi, dopo il successo pro #Occupy Wall Street del recente Pull Some Dust And Sit Down, ha preso una decisione che sta a metà strada tra il report giornalistico, l’opera di denuncia e la propaganda politica. Un disco dal titolo eloquente: Election Special, come i telegiornali trasmessi durante le emergenze, per descrivere in nove tracce il grosso rischio che sta per correre l’America tutta.
Gli assunti di base sono noti a chiunque. La crisi, incancrenitasi nel cuore del sistema occidentale a partire dall’amata (e sregolata) patria di Cooder, ha preso le sembianze di un banco di prova per la sostenibilità a livello internazionale e per la sopravvivenza di un certo corredo di valori. Dunque, ancora più che in Pull Some Dust And Sit Down, in Election Special è tutto un rifarsi ai costumi del “Buon Selvaggio” americano, che portano alla mente l’umiltà di uno Springsteen in camicia di jeans e la fatica di tutti i lavoratori con la fronte bagnata dal sudore. Gente che porta a casa il pane e che non merita gli intrighi delle alte sfere, corrotte come gli abiti italiani sfoggiati da Romney.

Election Special rappresenta ostinatamente lo sforzo di rievocare quell’universo di “aurea ingenuità”, unendo il lavoro di mestiere di Cooder al palinsesto di invettive e di appelli sciorinati nelle nove parti dell’album. Sì, perchè puntando la lente d’ingrandimento sugli arrangiamenti si trova un blues-rock di maniera, accompagnato da un modesto lavoro alle pelli dal figlio Joachim, mai capace di superare i cliché della strofa, del ritornello e dell’assolo. Il vero limite di questa prova, mentre il “menestrello rosso” imbastisce una copia opaca (seppur degna di un maestro) del blues degli anni belli, sta però nei punti di rara banalità toccati dalle liriche. Ad esempio nell’appello umanitario di Guantanamo, dove l’artista di Santa Monica arriva a chiedere al Gesù Cristo delle povere genti quale sia il proprio pensiero di fronte a tanta atrocità, oppure nel divertissement acido di Mutt Romney Blues, dove il racconto del cane legato al portabagagli dell’auto dei Romney dovrebbe condurre al “2+2” nella coscienza dell’elettore americano. Qualcosa come “potremmo finire come quel cane”, giù nella fossa che hanno scavato per noi gli uomini d’affari repubblicani. Un intento satirico che, purtroppo, punge solo sul risentimento e non riesce a marcare una propria autonomia dalle dispute faziose dei talk-show, forse più per la fretta che ha accompagnato la produzione dell’album che per un difetto di arguzia dell’autore.
Non bastassero le perplessità complessive riguardo al risultato finale, a Cooder pare perfino sfuggito qualche particolare più teorico, capaca di minare alla base il senso dell’opera: a dispetto dell’etichetta di “diavolo” che gli è affibbiata in Election Special, Romney assomiglia ben più prosaicamente al tipico candidato sbagliato, capace di ritagliarsi da solo un suo spazio al centro delle polemiche, ricorrendo ai deliri di un Clint Eastwood in crisi senile e a qualche inspiegabile sparata in pubblico. Senza contare, poi, che nessun elettore che si ritenga coscienzioso vorrebbe attingere agli sterili moralismi di Election Special per scegliere il proprio candidato.

(26/09/2012)

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Matteo Monaco

Fondatore e collaboratore permanente di OUTsiders. Scrivo per Tagli, dopo aver collaborato con Però Torino e Ondarock.