Rocket Juice & The Moon – Rocket Juice & the Moon

Scheda
Rispetto al genere
8.0


Rispetto alla carriera
7.0


Hype
6.0


Voto
7.0

7/ 10

di Eugenio Goria

Che cosa ci fanno insieme il cantante dei Gorillaz, Flea e il re dell’afrobeat, sua maestà Tony Allen? C’è mancato poco che non facessero proprio nulla, ma il nuovo album omonimo, Rocket Juice & the Moon, è finalmente uscito negli ultimi giorni di marzo, con diciotto tracce roventi tutte funk e basso impazzito.

Dare a una formazione del genere l’etichetta di supergruppo è forse fuorviante: di solito suggerisce l’idea di un side project occasionale, organizzato con poca voglia e giusto per tirare su due soldi mostrando a tutti perizia tecnica e narcisismo a valanghe. Ma al contrario, ce ne vorrebbero molte di più di queste collaborazioni, che si rivelano spesso ricche di buone idee, anche se tendono a passare sotto silenzio: Rocket Juice & the Moon è un disco valido e ben suonato, che mette insieme suoni e voci che superano infinite distanze temporali e di genere: dall’afrobeat storico di Tony Allen, erede spirituale di Fela Kuti, al soul di Erykah Badu, al lurido funk metropolitano di un Flea che non ha certo bisogno di presentazioni. Il disco è anche ricco di numerose collaborazioni che ne spezzano ampiamente la monotonia, tra cui il rapper M.anifest, la poco più che emergente cantante maliana Fatoumata Diawara, e un altro personaggio storico dell’entourage di Fela Kuti, Cheick Tidiane Seck.

La sonorità è profondamente influenzata dal sound di Lagos, Nigeria, di Tony Allen, che si sposa molto bene con la versatilità di Flea: la prima traccia, 1-2-3-4-5-6  è di riscaldamento, e serve a introdurre il disco; senza arrivare agli eccessi di altri brani, prepara all’ascolto di un disco tutto africano, dai ritmi indiavolati, ma ricco anche delle sperimentazioni sonore di Damon Albarn. Le diciotto tracce rispecchiano tanto l’Africa che il mondo occidentale, in un continuo dialogo che si traduce in un esuberante pastiche di suoni da cui a volte è difficile riemergere. Alle frequenti incursioni acide si alternano però anche brani più facili, come i due interpretati da Fatoumata Diawara, in cui è facile sentire il profondo influsso anche a livello compositivo della musica maliana con il suo particolare sistema di scale modali. In Lolo e Follow Fashion è anche molto piacevole sentire una rielaborazione della musica africana che va molto al di là di quel genere finto-tradizionale, che spesso è una pallida imitazione di cantanti come Miriam Makeba. Molto azzeccata anche la partecipazione di Erykah Badu, che dà la voce al singolo Hey shooter, potentissimo e travolgente.

Rocket Juice & the Moon fa ballare dall’inizio alla fine, sempre con un suono diverso: ora è il wah wah di Flea, ora i synth, ora il rap di M.anifest, ma c’è sempre qualcosa che spezza la monotonia, in un disco frenetico e vloce. Forse anche troppo. Il disco è esuberante, ricchissimo di suoni e di elaborazioni sonore che da soli basterebbero a farne tre di dischi; e infatti non è proprio comune trovare un album di diciotto tracce all’esordio di un gruppo. È impossibile poi fare a meno di notare che più di metà dei brani non raggiungono i 3 minuti, e alcuni sono proprio soltanto un abbozzo, un riff, un beat. Molto piacevoli ma molto grezzi e poco sviluppati. Che sia una nuova forma di minimalismo? Nonostante la parola vada molto di moda, forse sarebbe stato il caso di proporre meno materiale, ma curarlo un po’di più.

(11/04/2012)

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Eugenio Goria
Eugenio Goria

Caporedattore. Scrivo di musica dal 2008 su riviste storiche come "Late for the sky" e "L'Isola". Nel 2010 sono entrato a far parte di Outsiders.