Rob Mazurek Pulsar Quartet – Stellar Pulsation

Scheda
Rispetto al genere
7.0


Rispetto alla carriera
7.5


Hype
7.5


Voto
7.3

7.3/ 10

di Mario Cascino

Due premesse velocissime: 1- una buona recensione all’italiana è sempre scritta usando l’impersonale 2 – questo è un disco interessante, per cui una volta tanto mi permetterò di ignorare il punto uno per cercare di raccontarvi qualcosa che mi ha emozionato davvero.

Innanzitutto il disco di cui vi scrivo oggi viene da Chicago, la Windy City per eccellenza, e c’è il nome di un certo cornettista in copertina, quindi la bandierina delle aspettative se ne sta bella in alto già in partenza. Ma potete stare tranquilli, niente virtuosismi estremi ed esasperati: oggi il mondo jazz fatto da solisti egocentrici che cercano di farsi notare a tutti i costi proviamo a metterlo da parte. Almeno per ora.
La seconda cosa che voglio farvi notare di questo album è l’artwork. Indefinito, frammentato, agitato, dove i colori non sono né caldi né freddi eppure vibrano di tensione ed energia narrativa: si ha come la sensazione di guardare dal finestrino di una macchina e dall’oblò di un’astronave al tempo stesso. Per quel che valgono, faccio i miei complimenti a Damon Locks.
Notiamo anche subito che se pure esistessero musicisti in grado di controllare il proprio ego, cosa poi non così rara, quando a pubblicare un disco ci sono di mezzo etichette e uffici stampa – e ancora non ho capito di chi sia la responsabilità – succedono spesso cose imbarazzanti tipo quella che potete vedere qua sopra: è una mia impressione o il titolo dell’album sparisce dietro ai caratteri cubitali con cui vengono presentati Rob Mazurek e il suo Pulsar Quartet? Non che questo debba essere un punto a sfavore nella nostra valutazione del disco: i font e le dimensioni con cui è scritta una copertina non raccontano niente della qualità di quello che ci si ritrova poi ad ascoltare una volta messo il cd nel lettore, ma raccontano tanto del lessico “pubblicitario” e delle abitudini comunicative, non per forza sane, del nostro mercato discografico. Ok, adesso la smetto con le questioni di estetica, ma ho proprio l’impressione che sia sempre più normale, e comunque rigorosamente elevando a potenza quando si parla di jazz, trovarsi in mano copertine che ti urlano in stampatello “QUESTO ARTISTA X suona qua dentro” e sempre meno “QUESTA MUSICA è stata suonata dall’ Artista X”. E credo ci sia una bella differenza. In fondo un disco dovrebbe parlare appunto di musica, ed emozioni: per i nomi e le cose noiose ci siamo già noi giornalisti.
Ma adesso stiamo davvero divagando troppo.
Una critica vera potrebbe essere rivolta al sound, in generale, di questo disco, che ad un primo ascolto si rivela non così dinamico come potrebbe, un po’ troppo scuro per basso e batteria – quest’ultima particolarmente indietro nel panorma stereofonico e lasciata morbidamente di sottofondo – e un po’ troppo esile e secco per gli altri strumenti – evidente ad esempio la bidimensionalità del corno di Mazurek quando spinge un po’ di più coi polmoni. Ad un primo ascolto, ripeto. Basta passare alla seconda traccia, per capire che invece c’è un disegno ben preciso, e che se sono stati scelti quei colori per la tavolozza di Stellar Pulsation un motivo c’è. Queste sono critiche da tecnici e da addetti ai lavori che si perdono nel nulla se ci impuntiamo sul fatto che questa è una produzione jazz e non deve avere per forza i suoni ricchi e aggressivi del pop o del rock di noialtri giovini. Ciononostante, produttori ed etichette di jazz in ascolto date retta alle parole del saggio della montagna, a volte dedicare un po’ più di tempo alla produzione in studio e al mix, oltre che alla composizione e agli arrangiamenti potrebbe proprio fare del bene. Come conferma poi anche Stellar Pulsation, che si rivela un disco molto curato, anche come scelte artistiche. Prima di farvi ascoltare qualcosa l’ultima curiosità che vale la pena di segnalare credo proprio sia la poetica e il lessico scelto in questo album: Rob Mazurek ha messo insieme il Pulsar Quartet mettendo insieme membri della Exploding Star Orchestra e degli Starlicker, e come potrete notare ogni brano, tutti composti dallo stesso Mazurek, porta il nome di uno dei pianeti del nostro Sistema Solare. Un palese filo conduttore, o perlomeno un invito a spostare gli occhi, e le orecchie, un po’ più in là rispetto a dove siamo abituati di solito.

Il disco si apre con più di sette minuti di improvvisazione, una linea di basso energica e martellante, una batteria scura e viscerale: Primitive Jupiter è un pezzo che fa l’occhiolino da una parte al free jazz d’avanguardia e dall’altra alla grande esperienza hard-bop della cultura underground di Chicago. Ma fin qui, ad essere onesti, niente di nuovo o di esaltante. Le sorprese vere arrivano con l’elegantissima Magic Saturn: all’improvviso è tarda notte, piove e ci ritroviamo fuori da un locale coi vecchi neon che friggono a fumare sigarette e respirare l’asfalto bagnato, spalle al muro. Rob dentro, che adesso è un vecchio amico che la sa fin troppo lunga, ci sussurra consigli strazianti e pieni di lirismo, mentre Angelica Sanchez al piano, beh, è semplicemente da mozzare il fiato.

Ma il disco continua e ci risveglia dal torpore con la forza trascinante di Spiritual Mar, dove John Herdon non lascia neanche un istante di pace alla sua batteria, e alle orbite ellittiche di Spiral Mercury. La pioggia ancora non è finita e fuori fa freddo, meglio rientrare, ed ecco che mentre posi il cappotto bagnato sulla sedia la band attacca con Spanish Venus, ma non riesco a capire se questo battito è per via di quella ragazza col vestito rosso seduta al bancone o del basso chirurgico ed ostinato di Matthew Lux. Io intanto vado a prendere da bere.

Il tempo sembra quasi non passare e la band si perde in Twister Uranus, uno di quei pezzi che ci si regala sul palco per conoscersi meglio ed esprimersi in tutta libertà finché non si fa un po’ tardi e la serata si deve chiudere per forza. Ma Rob Mazurek ci ha dimostrato di essere un musicista gentile e sensibile, per cui non può che lasciarci con un altra delicatissima ballad, Folk Song Neptune, che ci rimane in testa per tutta la strada verso casa e fa venire istintivamente voglia di camminare col naso all’insù a guardare il cielo, ormai chiarissimo, e tutte quelle strane stelle. Chissà che cosa hanno da raccontare.

(08/11/2012)

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Mario Cascino
Mario Cascino

Redattore. Sound Engineer (studente presso SAE Institute Milano), regista e speaker radiofonico per RadioTrip.net (www.radiotrip.net) e RadioAttiva (radioattivarivoli.wordpress.com), bassista. Specializzato in jazz e rock.