Rival Sons – Head Down

Scheda
Rispetto al genere
8.0


Rispetto alla carriera
9.0


Hype
9.0


Voto
8.7

8.7/ 10

di Edoardo D'Amato

I Cream, i Cactus, i Free ma soprattutto i Led Zeppelin: i Rival Sons sono un vero e proprio revival hard ’70s, con qualche sfumatura tendente ai White Stripes. Questo gruppo californiano nato quattro anni fa ora esce con il nuovo Head Down, che si presenta come uno degli album più importanti di quest’anno: chissà che il panorama mainstream non possa festeggiare l’arrivo di una grande band, destinata forse ad aprire un capitolo davvero entusiasmante nella complicata e straordinaria storia del rock n’ roll. Per ora il contatto con il grande pubblico sembra non aver indotto i Rival Sons alle facilonerie del caso: questo Head Down è un disco davvero senza passi falsi. Il frontman Jay Buchanan è un misto fra Robert Plant e Paul Rodgers, una voce molto calda che riesce a destreggiarsi fra pezzi diversi rimanendo sempre credibile. Scott Holiday ha consacrato la propria chitarra proprio in quest’ultimo disco: nel precedente Pressure And Time il suono risultava meno improntato sul talento compositivo del chitarrista americano, ora riff e assoli spaccano ogni traccia. Il tutto è tenuto insieme dal basso di Robin Everhart e dalla batteria di Mike Miley, anche loro consumatori incalliti del dirigibile Zep. Già l’inizio è esplosivo: il riff micidiale di Keep On Swinging ci riporta indietro di quarant’anni, alla Gibson di Jimmy Page, a quel suono hard blues che mette in soggezione per la potenza e l’aggressività. I brani d’impatto continuano con l’ascolto di You Want To, dove si percepisce davvero la voglia di questi quattro ragazzi di sfogarsi con un rock che arriva dritto al cuore. Ma in questo capolavoro non c’è solo spazio per le tracce più cattive ( come non si può non citare la potenza di Run From Revelation? ), ma anche per stupende ballate: penso soprattutto ai sei minuti di Jordan e all’intermezzo acustico Nava, ripreso poi dalla chiusura di True, un pezzo che davvero lascia senza parole, dove sembra di sentire Jeff Buckley gridare Hallelujah. Il pezzo che davvero ascrive i Rival Sons fra i grandi del nuovo millennio è certamente Manifest Destiny: è un delirio fra blues e psichedelia che risalta in primo luogo la chitarra di Scott Holiday in una prima parte, in una seconda compare anche la voce di Buchanan in un pezzo che con una spiccata personalità ricorda gli Zeppelin di Black Dog. Possiamo quindi concludere dicendo che ci troviamo di fronte ad una band notevolmente migliorata rispetto al precedente ( magari più immediato ) Pressure And Time, che riesce ad armonizzare perfettamente i momenti più hard con le riflessioni acustiche e che ha saputo maturare anche grazie ai preziosi contributi di Dave Cobb ( già con Jamie Johnson e Shooter Jennings ) e di Vance Powell ( White Stripes e Kings Of Leon ). Tuttavia la cosa che appare più importante è che i Rival Sons non scimmiottano nessuno: le loro influenze sono chiare, non vogliono certo nasconderle, ma la grandezza sta nel fatto che il quartetto ha una propria identità. E’ questo è un aspetto davvero confortante: forse non tutto è stato fatto, forse qualcuno può ancora guidarci verso strade mai attraversate prima.

(05/10/2012)

Commenta
Edoardo D'Amato
Edoardo D'Amato

Direttore. Classe 1990, ho visto nascere OUTsiders e ora cresce insieme a me. Collaboro anche presso il network www.fantagazzetta.com.