Rick Ross – God Forgives, I Don’t

Scheda
Rispetto al genere
6.5


Rispetto alla carriera
6.5


Hype
6.0


Voto
6.3

6.3/ 10

di Lorenzo Li Veli

Rick Ross è sempre stato un artista con manie di grandezza. Partendo dall’esordio con Port of Miami (indimenticabili i due singoli, Push it e Hustlin’), passando per Trilla e Deeper Than Rap, fino alla delusione Teflon Don, il personaggio che il rapper di Miami si è costruito ha seguito una crescita di autostima esponenziale, arrivando ad autoproclamarsi come uno degli artisti più influenti del rap game. Bisogna ammettere che la definizione non è del tutto errata, vista la posizione che Rozay è riuscito a costruirsi nel corso degli anni: su tutti l’impero Maybach Music Group, con all’attivo due dischi di collettivo e con un roster di tutto rispetto (Wale e il nuovo fenomeno di internet, Meek Mill).
E’ tempo, ora, di passare alla musica, con una piccola, ma doverosa premessa. Rick Ross non è un artista profondo, non eccelle in tecnica e non riuscirà mai a scrivere un testo che esuli dai clichè di cui il rap è infarcito (l’unico degno di nota che si ricordi è I’m only human, ed è datato 2008). Rozay è riuscito a creare un suo stile peculiare e unico, fatto di una voce roca e un flow profondo, intervallati dagli ormai famosi “grugniti” che precedono ogni sua strofa. Questa è stata la vera forza del rapper della Florida, oltre a un’innata capacità di scegliere le basi giuste, quelle più fresche e attuali. Con God forgives, I don’t, Ross doveva farsi perdonare il passo falso di Teflon Don: il titolo faraonico crea grandi aspettative per questo prodotto, anticipato dal singolo da club So sophisticated con Meek Mill. Quest’album rappresenta un netto passo in avanti rispetto al precedente, anche se i motivi di mugugno sono tanti. Ma partiamo dai lati positivi: inutile citare Sixteen, otto minuti di base smooth, impreziositi dal solito, geniale, Andre 3000 (chissà quante soddisfazioni darebbe un suo album solista). La soulful Presidential ,Ashamed e Amsterdam, dal vago sapore retrò, sono tra i punti di forza, insieme a Hold me back, solito pezzo “ignorante” di Ross. Anche il quarto episodio della saga Maybach Music, questa volta con il featuring di Ne-Yo, rende bene. Purtroppo, però, il disco lascia l’idea di essere zeppo di riempitivi, canzoni aggiunte solo per far numero: Touch’n you, 911 (quasi non si nota lo stacco da Hold me back), la stessa Pirates risulta insipida. Vera delusione, però, rimane la traccia più attesa: 3 Kings, con Dr. Dre e Jay-Z. Al di là dell’ottimo beat di Jake One, un Hova nettamente sottotono e un Dr. Dre pallido non rendono giustizia a quella che sarebbe dovuta essere la ciliegia sulla torta del disco.
Musicalmente parlando, un album vario, che spazia dai suoni più da club a quelli più classici, in un amalgama omogeneo e coeso. Gli argomenti, gira e rigira, sono sempre quelli: lusso, donne, soldi, voglia di rivalsa e arroganza per il successo ottenuto, autocelebrazione eccessiva. Ma Ross è questo, chi lo apprezza sa cosa aspettarsi e non ne rimane deluso. Un disco discreto, nulla a che vedere con l’esordio Port Of Miami o Deeper Than Rap, ma un passo avanti rispetto a Teflon Don, e un’altra prova sufficiente per un personaggio che rimarrà nel panorama rap ancora a lungo.

(26/08/2012)

Commenta
Lorenzo Li Veli
Lorenzo Li Veli

Caporedattore e gestore della sezione black music. Studente della magistrale di Ingegneria Energetica @ Politecnico di Torino