[REVIEW] Phantogram – Voices

Scheda
Rispetto al genere
6.5


Rispetto alla carriera
6.0


Hype
6.0


Voto
6.2

6.2/ 10

di Simone Picchi
phantogram-tutupash1

Dopo cinque anni torna sulla lunga distanza il duo elettronico Phantogram proveniente dalla Grande Mela. I due musicisti di talento con ancora tutto da dimostrare giungono a questo secondo album dalla lunga gestazione, che trascina con sé le buone premesse del debutto, nella speranza di destare nuovamente impressioni positive e bissare le sensazioni del disco precedente.
La tripletta iniziale composta dal singolo Fall In Love, le atmosfere urbane dell’opener Nothing But Trouble e gli echi onirici della ballad Black Out Days conferma quanto di buono fatto in passato dal duo, con un sound compatto e curato. Per l’intera durata del lavoro si ha l’impressione di un freno a mano tirato a vantaggio di un’omogeneità nella forma, limitando ottime idee come nel caso delle easy listening The Day You Died e Howling At The Moon in pezzi che non raggiungono mai un picco di eccellenza capace di far saltare dalla sedia l’ascoltatore. Le atmosfere eteree onnipresenti non stuzzicano il palato, ma rimangono “fuori dimensione” come nella conclusiva My Only Friend.
Con un’attesa del genere tra un album e l’altro era lecito aspettarsi qualcosa di più. Manca la zampata finale, il coraggio di sprigionare l’inventiva a discapito degli iter formali, nascondendo e svilendo dietro la bella voce di Sarah Barthel un mix di trip hop, IDM ed indie che diventa poco convincente. Un album che non riempie i cuori ma che mette delle crocette sugli errori da non compiere in futuro.

 

(25/09/2014)

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Simone Picchi

Studente di Scienze politiche a Messina, collaboratore recensore/reporter/intervistatore/factotum.