Remo Anzovino – Viaggiatore Immobile

Scheda
Rispetto al genere
8.0


Rispetto alla carriera
8.0


Hype
8.0


Voto
8.0

8/ 10

di Eugenio Goria

Il personaggio di Remo Anzovino è interessante ancora prima della sua musica: non è molto facile trovare altri avvocati penalisti che si dedichino alla musica e alla composizione a tempo pieno. Anzovino invece, 37 anni, nato a Pordenone, nuota da parecchio tempo in questo mare, e soprattutto si è fatto le ossa in un settore che più di nicchia non si può: la musica per cinema muto. Dopo aver musicato i più grandi classici del genere tra cui Nosferatu, Metropolis, e Il Circo, si è affacciato nel 2006 al mondo discografico pubblicando Dispari, il lavoro che per la prima volta lo libera dal grande schermo. In seguito, pioniere di un genere forse troppo sottovalutato come la musica per immagini, Anzovino partecipa alla Mostra del Cinema di Venezia con uno spettacolo che porta in primo piano il musicista, utilizzando le immagini filmiche come sottofondo del brano: viene così invertito il rapporto di subordinazione in cui sta sempre il pianista durante le proiezioni dei muti.

Dopo il raggiungimento di un certo favore da parte di pubblico e critica Anzovino è ora al quarto album, e da tempo potrebbe fare scuola a diversi pianisti e compositori decisamente più acclamati. Senza fare nomi, la musica di Ludovico Einaudi difficilmente raggiunge la profondità e gli effetti di intensità dell’avvocato di Pordenone, ottenuti anche grazie a un talento naturale per l’arrangiamento e la gestione degli altri strumenti, che hanno pure una grossa parte in Viaggiatore Immobile. Jazzista per etichetta più che per vocazione (come i due precedenti dischi, Viaggiatore Immobile è edito da Egea, forse la più grande etichetta jazz italiana), il nostro artista sfugge a una categorizzazione sicura, in quanto unisce gli aspetti evocativi e sognanti della musica per immagini allo spirito anarchico e anticonformista del jazz.

Viaggiatore Immobile è la conferma che il pubblico si aspetta dopo tante buone prove. Un disco piuttosto serioso e altisonante se confrontato con gli esperimenti fisarmonicistici dei primi tempi. Anche l’ensembledi musicisti reclutato per il disco ha un tono decisamente classicheggiante, ma non manca di colpire per il grande trasporto che si legge nelle fitte trame dialogiche costruite tra il piano e gli altri strumenti, soprattutto gli archi. Interessante il formato dei brani, che si configurano come piccoli interventi che, ad eccezione dell’ultimo, non vanno mai oltre i tre-quattro minuti. Un tempo molto piccolo in cui Anzovino riesce a fare di tutto: costruisce, distrugge e ricostruisce il pathos come nella meravigliosa Pazyryk, che dipinge la fredda desolazione delle steppe siberiane lanciandosi in un repentino innalzamento dei toni che si risolve con un altrettanto brusco ritorno alla calma piatta del deserto. Sono molte le buone intuizioni che dovrebbero essere citate, a cominciare dall’intrigante jazzistico cinquequarti del brano di apertura, Natural Mind che potrebbe essere una dichiarata citazione dello standard Take Five. Ascoltare Irenelle se si amano i brani più delicati dai toni sognanti, con un facile tema dal sapore romantico. Musica per Due è un brano davvero notevole, che con la sensualità di un tango e il fascino dei film di una volta ricorda veramente un qualche strano gioco di coppia.

In questo disco è il pianoforte il viaggiatore immobile di cui si parla: pur stando fermo nella sua pesantezza e ingombranza, permette ad Anzovino di creare ampie finestre su paesaggi lontani, così come sono evocati nell’eterea e rarefatta Transoceano, o nei repentini cambi di registro di Quattro Canti. Infine, un disco, come si è detto, serioso non poteva non concludersi che con un drastico innalzamento dei toni: il brano conclusivo ha titolo 9 ottobre 1963 (suite for Vajont), ed è una posata ed elegante commemorazione della frana che in quella data distrusse una diga in Veneto costando la vita a quasi duemila persone. Una suite corale energica ma non grottesca, unico esperimento di Anzovino con il coro di voci maschili, in cui si riesce piacevolmente a evitare il sapore spesso kitsch di questi pastiches compositivi.

Un disco forse più pomposo dei precedenti, ma non per questo meno godibile, a tratti più intenso: sono pur sempre molti i brani che contengono melodie facili che alleggeriscono il peso sia del jazz moderno che della musica classica, lasciando spazio agli altri strumenti e all’estro compositivo ed evitando il più possibile l’errore di chi compone musica fatta apposta per sembrare filmica, così che alcuni possano parlare di soundtrack come di un genere musicale. La musica per immagini è più una forma di spettacolo che un insieme di stilemi compositivi, e molti brani di Anzovino sono serviti proprio a dimostrare che a volte sono le immagini a scaturire dalla musica e non viceversa. L’unico punto debole di Viaggiatore Immobile sono alcuni “mancati decolli”, tanto per mantenere la metafora del viaggio: brani che, come ad esempio Orchidea, potrebbero lanciarsi in quei guizzi di intensità che abbiamo apprezzato altrove nel disco, ma alla fine ci lasciano a bocca asciutta. Senza fermarsi sugli spazi grigi – presenti in ogni lavoro – da questo disco si impara come anche la musica dal sapore colto ha un cuore e una sua intrinseca passionalità: la musica per pianoforte non deve essere un jingle costruito per sembrare classica, ma sfruttare gli slanci emozionali dell’orchestra e del coro, e far dirompere la musica proprio come l’improvviso rompersi di una diga.

(30/01/2013)

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Eugenio Goria
Eugenio Goria

Caporedattore. Scrivo di musica dal 2008 su riviste storiche come "Late for the sky" e "L'Isola". Nel 2010 sono entrato a far parte di Outsiders.