Radiohead – Tkol Rmx 1234567

Scheda
Rispetto al genere
7.0


Rispetto alla carriera
5.0


Hype
6.0


Voto
6.0

6/ 10

di Matteo Monaco

Udite, udite, anche i Radiohead vanno in vacanza. Proprio loro, che con il duro lavoro sono assurti ad alfieri di una rivoluzionaria concezione electro-pop, nata dalle ceneri promiscue del grunge più melodico e di un’anima sottilmente brit, già comparsa nella tradizione di sua Maestà durante i bagni di folla di Madchester. Dopo il recentissimo “The King of Limbs“, licenziato come di consueto al costo di mesi artisticamente febbrili, tra il noto perfezionismo di Thom Yorke e la nuova corrente sperimentale che anima il gruppo già dal capolavoro “Amnesiac”, è suonata l’ora delle collaborazioni. Una notizia già di per sè inedita, se per collaborazioni non si intendono i patetici tentativi di revival messi in atto da artisti a fine carriera, per coprire le spese di qualche vizio di troppo. Com’è evidente, non è il caso della band dell’Oxfordshire, impegnata, seppur non senza controversie stilistiche con i fan della prima ora, in un ambizioso progetto che coinvolge rock, elettronica e marketing di prima qualità.

Ciò non toglie, però, che l’atteggiamento di “Tkol RMX 1234567” diverga dal modus operandi collettivo, tipico dei Radiohead. Infatti, l’idea del remix coinvolge il solo Yorke, per le parti vocali, e sottintende una completa libertà espressiva ai musicisti chiamati all’opera. Un lavoro in cui si respira già dalle anteprime un sentimento di relax, prima di tutto perchè non comprende l’impegno nella scrittura di nuove tracce, e poi per l’elevata caratura degli artisti coinvolti, che concede sonni tranquilli ai cinque inglesi. Ad esempio Caribou, che parte subito in quarta con una versione math-lounge di “Little by Little”, densa fino all’ultima nota della mano esperta di Daniel Snaith, o Harmonic 313, autore dell’acclamato “When Machines Exceed Human Intelligence”, alle prese con “Bloom”.

Mettendo da parte gli artisti in gioco, e le dispute interminabili sul “senso” ultimo di un album del genere, sul versante del contenuto non si trova un terreno più agevole. La prima impressione conferma i dubbi iniziali. Dove sono i colpi da maestro, e le intuizioni a cui ci ha abituati il quintetto in ogni prova?  Come dice una voce che circola in Rete, “sembra di ascoltare i Radiohead in vacanza ad Ibiza“. Non che ci sia molta corrispondenza tra i “ballabilitout court dei dj da milioni di dollari dell’isola, e gli spunti ricercati di gente come Four Tet, ma tant’è: il risultato cade molto vicino alla fossa che seppellisce, ad esempio, i film con cast stellare e una trama rattoppata, là dove è più lacunosa, con il mestiere degli interpreti.

Di rado si evita la noia in un disco di questo genere, in teoria nato come laboratorio di influenze, e concluso come sovrapposizione di uno stile sull’altro. Senza dubbio, è da sottolineare l’umiltà e la (non scontata) percezione della musica come divertissement che hanno mostrato i Radiohead, disposti, senza gelosie per le proprie creazioni, a distorcere e ampliare l’orizzonte sonoro di “The King of Limbs”. Anche se ogni traccia sembra un b-side dei produttori, riconoscibile nello stile e non indimenticabile nel contenuto.

(18/10/2011)

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Matteo Monaco

Fondatore e collaboratore permanente di OUTsiders. Scrivo per Tagli, dopo aver collaborato con Però Torino e Ondarock.

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